Regola#361nottedinatale

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NOTTE DI NATALE

L’aria in macchina è rilassata.
La ragazza ha la fronte poggiata sul finestrino, il freddo del vetro a rinfrescarle la pelle.
Il ragazzo gioca con la manipola della radio, salta da una stazione all’altra; tutte canzoni di Natale, stasera.

La strada è semideserta.
È lei a spezzare il silenzio.

“Un fiore inizia ad appassire quando sboccia”.
“Eh?”.
“Le cose iniziano a finire non appena sono cominciate”.
“Ma che dici?”.
“Settimane che aspettiamo arrivi oggi, e in un baleno la giornata è già passata”.
La ragazza gira la testa verso di lui, osserva il suo profilo regolare, i lineamenti puliti che le piacciono così tanto.

“A volte vorrei che tu mi dessi per scontata”.
“Amore, ma hai bevuto?”.

Ridono.

“Non sto scherzando. Vorrei essere più ovvia per te”.
“Ma va! Lo sanno tutti che una delle cose che voi donne lamentate di più quando avete una relazione è la mancanza di attenzione da parte dei vostri partner! Sbaglio, o una delle frasi più retoriche che vi si sente dire è proprio che non volete essere date per scontate? Dio, è proprio vero, non siete mai contente”.
La ragazza si guarda intorno incuriosita.
“Di quante donne stai parlando? Io vedo solo me qui!”.
“Dai, hai capito cosa intendo”.
“E allora ti spiego cosa intendo io, per essere data per scontata. Semplicemente, a volte vorrei che la mia presenza al tuo fianco fosse ovvia. Vorrei che fosse scontato che certe cose le si faccia assieme. Vorrei non sentirmi precaria, non dovermi chiedere se sono ammessa anche io a quella festa, a quell’evento, a quella cena”.
“Ma amore, è ovvio che sei ovvia!”. Ride, compiaciuto della sua battuta.
“Invece no. A volte mi sento come un ospite nella tua vita, come se dovessi chiedere il permesso per starti accanto, quando tutto quello che vorrei è che fossimo un binomio che non si può spezzare, un nome composto che se lo dici a metà si capisce che manca qualcosa. Tipo Bonnie&Clide, Mila&Shiro, Romeo&Giulietta”.
“Amore, quelli hanno fatto una gran brutta fine. Dai, smettila con queste cazzate”.

Il ragazzo le prende la mano, e la tiene stretta nella sua; lei pensa che quel gesto le piace proprio, le è sempre piaciuto.
Si chiede per quanto tempo ancora si accontenterà di farsi bastare un gesto.

Restano in silenzio per qualche chilometro.
Arrivano al parcheggio dove lei ha lasciato l’auto, lui ferma la macchina, la tiene accesa, guarda la ragazza.
Lei accoglie quello sguardo, capisce che lui si aspetta che scenda; prende la borsa da terra, gli allunga un bacio sulle labbra.

“Ci vediamo domani. Buonanotte”.
“Buonanotte amore”.

Lui riparte, lei sale nella sua auto.
Appoggia la testa al sedile, la mano destra sospesa sulla chiave.
Chiude gli occhi e pensa.

Pensa che forse ci aspettiamo troppo dalla vita, e ci sembra manchi sempre qualcosa anche quando abbiamo tutto.
O forse, pensiamo che quello che abbiamo sia tutto semplicemente perché non abbiamo voglia di ricominciare daccapo.
Forse a volte ci accontentiamo di vivere un’idea; o forse rinunciamo a quello che stiamo vivendo proprio perché dall’idea che abbiamo sempre avuto in mente si discosta troppo.

Inizia a sentire il freddo pungerle le guance e, tutto sommato, realizza che non c’è nessun bisogno di capire questa sera dove stia la verità.
Per stasera le bastano i gesti, molto più caldi e reali di un’idea.

Gira la chiave nel cruscotto, si dirige verso casa.
Accende la radio: ha sempre adorato le canzoni di Natale.
Fuori inizia a nevicare; osserva le piccole faville di neve appoggiarsi al parabrezza.

Entra in casa, accende la luce, decide che l’anno prossimo l’albero di Natale deve farlo anche lei.
Mette a bollire l’acqua, si toglie il trucco, scioglie i capelli, indossa la felpa di tre taglie più grande che usa sempre quando ha bisogno di sentirsi coccolata.
Un paio di scaldamuscoli alle caviglie.
Avranno vent’anni, questi scaldamuscoli; eppure ogni volta che li indossa si sente un po’ dentro alla trama di Flashdance, e non vuole decidersi a buttarli via.
La teiera fischia. Sceglie il te’ più speziato che ha in casa.
Alza la tapparella della portafinestra, spegne la luce.
Sistema una sedia proprio di fronte alla portafinestra, ci si accovaccia, le ginocchia al mento, la tazza di tè bollente fra le mani, il cappuccio della felpa tirato su, come se qualcuno la stesse abbracciando.

Guarda la neve scendere.
Da sola.
Questa neve è tutta per lei, questa notte di Natale è tutta per lei.
Perchè solo se sappiamo vivere da soli l’immensa bellezza che ci circonda che ci pervade e che ci attraversa, potremmo imparare un giorno a stare con gli altri.
Altrimenti, saremo sempre persone vive a metà, che si fanno bastare una sagoma qualunque per gongolarsi nella finzione di essere completi.

Beve il tè lentamente, un sorso dopo l’altro.
Pensa che le piace tanto, ma proprio tanto, quando lui le prende la mano mentre guida.

Inizia a sentire freddo, e la tazza è vuota.
Rimette la sedia sotto al tavolo, chiude la tapparella.

Si sposta in camera da letto, si infila sotto le coperte.
Tutto sommato, i gesti valgono più delle parole, pensa prima di chiudere gli occhi.
Tutto sommato.

E buon Natale.

Regola#360diecimilapassiinavanti

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DIECIMILA PASSI IN AVANTI

“Fai un passo in avanti. Fallo. Fai un passo in avanti”.
Nella mia testa continuo a sentire questa voce, ma le mie gambe stanno immobili al loro posto, cementate a terra come due obelischi.
“Allora, nessuno che se la senta di interpretare Eliza?”.
La voce di Anna è squillante, e rimbomba nella piccola chiesa sconsacrata diventata un teatro.
Anna è la regista della nostra compagnia amatoriale, attiva in paese già da qualche tempo e impegnata a produrre uno spettacolo all’anno.

Stavolta Anna ha scelto il Pigmalione di George Bernard Shaw, e io sono eccitatissima perché conosco il ruolo di Eliza Doolittle meglio di quanto conosca me stessa. Ho letto il testo, e ho visto My Fair Lady – il film tratto proprio dall’opera di Shaw e interpretato da Audrey Hepburn -un milione di volte. Adoro quel personaggio, sento che potrei essere un’Eliza perfetta, sento che quel ruolo è tagliato su misura per me, sento che Eliza sono io.
Ma intanto i secondi passano, e io non faccio nulla. Resto seduta in silenzio sperando che Anna mi legga nel pensiero e che sia lei a chiedermi se Eliza voglio farla io, ma evidentemente sto pensando troppo sottovoce, perché mentre le lancio messaggi subliminali, un’altra ragazza si fa avanti, e ottiene la parte.

La delusione per essermi fatta sfuggire un’occasione come quella è stata talmente tanta, che non ho più voluto far parte di una compagnia.
E tutto perché ho avuto paura, la paura più subdola che io abbia mai provato: non volevo sentirmi dire che non avevo talento.
E’ durata per anni; anni che con la vita, con le occasioni, con le persone ho vissuto giocando a nascondino, fino a quando ho capito che il talento ce l’abbiamo tutti, ognuno a suo modo e ognuno nel suo ambito e nelle sue peculiarità.

E allora ho iniziato a fare uno, due, diecimila passi in avanti, perché il mio talento l’ho trovato  – le mie parole – e anche se so benissimo di non essere la sola, sono certa di essere –nel mio modo e nel mio mondo –  unica.
Perché lo siamo tutti, per costituzione, per natura, per nascita.

Diecimila passi in avanti.
Falli anche tu, non avere più paura di restare indietro, non avere più paura di sentirti dire che il tuo talento non vale.
Vale per forza, perché è il tuo.
E la prossima volta che ti dovessi trovare di fronte ad un’occasione fatta apposta per te, ma ti sentissi con le gambe inchiodate a terra, pensa a una delle batture più belle del Pigmalione: “ma che ti pesa il culo?”.

E fa’ quel primo passo avanti.

Regola#359storiadiunacoccinellagiallaediunpandainvisibile

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STORIA DI UNA COCCINELLA GIALLA E DI UN PANDA INVISIBILE

C’era il sole, quel giorno, ma l’aria odorava di neve.
Coccinella adorava la neve, e pensava che quello sarebbe stato un altro dei giorni perfetti della sua vita, perché Coccinella era così: sempre allegra, sorridente e solare, anche se spesso si trovava a giocare da sola perché nessuna delle altre coccinelle la cercava mai.
Ma per lei non era un problema, aveva capito che la vita va presa così come viene, senza farsi troppe domande.

Quel giorno però, accadde qualcosa che la cambiò per sempre.
Stava passeggiando lungo un piccolo corrente d’acqua – passetti corti, corti e leggeri – quando incontrò altre tre coccinelle che stavano zampettando verso di lei.
Sorridendo, si avvicinò per salutarle.
“Ciao! Che fate? Dove andate? Vi va di chiacchierare un po’ con me?”
“No!” rispose la più coccinella più grande.
“Vai via! Non vogliamo averti intorno. Tu porti sfortuna!”, dissero le altre due in coro.
Coccinella sgranò gli occhietti marroni, incredula.
“Sfortuna? Ma è impossibile! Siamo coccinelle, tutti sanno che portiamo fortuna invece! È proprio questo che ci rende simpatiche!”
Fu ancora la grande a rispondere, con una voce acida e cattiva.
“Noi sì, che portiamo fortuna. Ma tu ti sei vista? Tu sei diversa. Tu non piaci a nessuno.”
E detto questo, volarono via.

Coccinella restò sola, stupita.
“Io, diversa? Mah, non mi pare. Ho un guscio, sei zampette…”, disse scuotendo una zampina davanti a sé, “ho due occhi e due antenne”, disse scuotendo la testa a destra e sinistra per sentire le antenne muoversi.
“Non capisco perché dicono che io sia diversa”.
Sconsolata, si avvicinò al ruscello d’acqua, ed ecco la scoperta terribile.
Coccinella era gialla.
Non rossa, come tutte le altre coccinelle che conosceva, ma gialla.
Quando se ne accorse, tirò un lievissimo gridolino di disperazione, aprì il guscio, e decise di volare via lontano.

Mentre volava, piangeva.
Non si era mica mai accorta di essere diversa. E comunque, anche adesso che si era vista, non capiva perché fosse così importante il colore del guscio.
Era pur sempre una coccinella, giusto?
Stanca per il volo e con gli occhi pieni di lacrime, ad un certo punto si fermò, planando su una superficie scura e morbida.
Chiuse gli occhi, e si mise a canticchiare, perché quando Coccinella era triste, canticchiava.

“Chi è che mi canta nell’orecchio?”.
Chiese un vocione grosso, grosso che sembrava venire dal centro buio e profondo di una caverna.
Coccinella alzò le antenne spaventata, e iniziò a guardarsi intorno.
Si era posata su un orecchio, un orecchio grande e tondo, che spuntava da un muso peloso e bianco.
Era planata sopra un panda.

“Sono Coccinella. Scusa, ero triste, e cantare mi fa stare meglio. Se ti do fastidio, vado via”.
“Spostati qui, sul mio naso, così posso vederti”.
Coccinella dapprima era esitante, temeva di spaventare Panda con il colore giallo del suo guscio, ma alla fine cedette, e si spostò sul nasone di quell’animale grandissimo.

“Perché sei triste?”, chiese Panda incuriosito, e la sua voce tuonò che sembrava il trombone di un’orchestra.
“Perché sono diversa, e nessuno vuole stare con me. Dicono che porto sfortuna”.
Panda la guardò incrociando gli occhi in modo buffo, e scoppiò a ridere che sembravano mille tronchi mentre rotolano giù da una montagna.
“È vero, sei diversa. È la prima volta che vedo una coccinella gialla. Ma, credimi, non è un difetto.
Io è tutta la vita che desidero essere diverso, invece guardami qua, sono esattamente uguale a tutti gli altri panda del mondo, e questo mi fa diventare invisibile”.
E non appena pronunciò quell’ultima parola, improvvisamente, scoppiò a piangere, che sembravano milioni di tamburi sbattuti tutti assieme ma a ritmo diverso.

Coccinella non sapeva che fare.
Avrebbe voluto abbracciarlo stretto, ma era più piccola delle sue palpebre.
Allora cominciò a volargli intorno, e a gridare più forte che poteva per dirgli che non importa se nel mondo ci sono milioni di panda tutti uguali, perché essere uguali dal di fuori non vuol dire esserlo anche dentro.
Ma Panda non la sentiva, perché piangeva troppo rumorosamente, tutto ripiegato su se stesso, con la schiena che sobbalzava e sembrava un tendone scosso dal vento; singhiozzava così vigorosamente che qualsiasi cosa Coccinella tentasse di dire, diventava un sospiro che nessuno avrebbe potuto sentire.

E allora le venne un’idea.
Volò vicino al suo orecchio, e gli sussurrò una frase.
“Non è vero che sei invisibile, perché io ti ho trovato”. E poi fece l’unica cosa che sapeva fare quando era triste.
Cantò.
Cantò una bellissima canzone, proprio dentro all’orecchio di Panda.

Che si calmò.
Smise di piangere, e si mise a cantare con Coccinella.
Tutto si fermò intorno a loro, e la voce sottile e armoniosa di una Coccinella gialla abbracciata alla voce cavernosa e potente di un Panda che si sentiva invisibile, arrivò dovunque.
Entrò in tutti i cuori che incontrò, portando con sé uno dei doni più belli della vita.
L’amicizia.

Regola#358bisognauniretuttiipuntinipercapireildisegno

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BISOGNA UNIRE TUTTI I PUNTINI PER CAPIRE IL DISEGNO

Che l’amore faccia male, ma un male cane, l’ho scoperto per la prima volta in quinta superiore, non tanto per esperienza diretta, quanto piuttosto attraverso le lacrime di una mia compagna di classe.
Era seduta sul portaombrelli, tra le mani teneva una lettera, e la tristezza che aveva in volto mi spezzò letteralmente il cuore.

Mi promisi quel giorno che a me non sarebbe capitato mai.

Promessa non mantenuta, ovviamente, perché per amore ho pianto talmente tanto che mi stanca anche ricordarlo, ma ancor più delle lacrime versate, quello che mi ha sempre turbata è stato non capire perché certe storie, certe situazioni, certe persone siano capitate proprio a me.

Fino a quando non ho conosciuto la mia amica B., e proprio grazie a lei ho capito che bisogna unire tutti i puntini delle faccende umane per capirne il disegno.

Ecco com’è andata.

Puntini 1 – 4. Io che inizio ad insegnare in un istituto professionale, ed incontro Z., affascinante e misterioso collega che insegna disegno. Bello, impossibile e maledettamente stronzo.
Uno di quei tipi da cui sarebbe meglio stare alla larga, e io ovviamente me ne innamoro all’istante.

Puntini 5-10. Io e Z. iniziamo a vederci. Una meravigliosa storia d’amore per me, una normale avventura di sesso per lui; a pensarci ora, mi domando come abbiamo fatto a vivere così diversamente la stessa situazione.
Passo due anni ad inseguirlo, struggendomi in un amore che è stato tutto un “maledetto il giorno che t’ho incontrato” e un “perché proprio a me?”.

Puntini 11-16. Intanto, tra pause e riprese, tra mie relazioni e suoi fidanzamenti, la storia va avanti per quasi 6 anni – ovviamente soltanto nelle fasi in cui entrambi eravamo single – fino a quando ci rendiamo conto che quello che ci lega non è più attrazione o passionalità, ma un semplice ed onesto legame d’amicizia.

Puntini 17-19. Devo aprire il blog, ma non so da dove cominciare.
Mi aiuta lui, che passa una sera a casa mia ad impostare copertina, stile, format di Eustachia BonTon.
E inizia anche a leggere quello che scrivo, e a suggerire le mie regole alle sue amiche.
A una di queste, il blog piace proprio tanto. Inizia a leggermi anche lei, ci scambiamo qualche messaggio di stima, fino a quando chiediamo a Z. di organizzare una serata tutti e tre.

Puntini 20-21. Ed eccoci qui, seduti allo stesso tavolo. W. che ha tanto amato Z., B. che con Z. c’ha avuto una storia pure lei, Z. che ha saputo lasciarsi scappare non una, ma due donne così.
Io e B. chiacchieriamo per tutta la sera, e da allora non abbiamo mai smesso, perché è diventata una delle mie più care amiche.

Ecco uniti i puntini, ecco il senso che quella storia strampalata ha avuto nelle nostre vite: fare incontrare due persone che erano destinate a diventare amiche, di quell’amicizia bella e pura e semplice e entusiasta e forte che le donne sanno creare fra loro.

Ne abbiamo parlato poco tempo fa, io e B., ridendo e finalmente chiudendo quella porticina rimasta aperta da tanti anni con Z., una di quelle classiche porticine che abbiamo tutte nel cuore quando una storia non va come avremmo voluto.

Puntini 21-23. Molti anni dopo, ho rivisto quella mia compagna di classe delle superiori.
Parlando, abbiamo rivissuto quel giorno in cui l’avevo vista piangere e mi ero resa conto che l’amore fa un male cane. Non so perché, ma le ho chiesto chi fosse l’autore di quella lettera. Piccolo e strano questo mondo, dove siamo in 9 miliardi di persone eppure a volte basta poco a fare incrociare le nostre vite.

Perché quella lettera, l’aveva scritta Z.