Regola#366abbicuradite

366

ABBI CURA DI TE

Mi servono degli ingredienti per scrivere questa regola.
La mia – la nostra – ultima regola.

Perché prima di scrivere mi è venuta voglia della cosa che più di tutto amo mangiare: il tortino al cioccolato con il cuore morbido.
E dopo tanto rompermi i ‘oglioni per reggere a questa vita baldracca, ho deciso che quando mi viene una voglia, me la tolgo.
Perché me lo merito e perché non c’è nulla di male.

Dunque, dunque, mi servono:
60 gr di cioccolato fondente
50 gr di zucchero a velo
50 gr di burro
25 gr di farina
Un po’ di panna montata
1 uovo
1 arancio
1 cucchiaio di Amaretto di Saronno.

Ok, l’amaretto di Saronno non ce l’ho; mai paura, vado a comprarlo.
Esco in leggings, maglioncino bianco, scarpe ginniche, giacca elegante, capelli sciolti e mascara, perché io al supermercato senza il mascara non ci vado; piuttosto senza mutande, ma il mascara non deve mancare.
Lo so, devo solo andare a comprare l’amaretto per il tortino, ma io sono fatta così.
E ho imparato che se sono fatta così, allora così mi vado bene.
E mi piaccio, anche.

Arrivo al supermercato e vengo assalita da un dubbio: ne ho di uova in frigo? E burro?
Mai andare a fare la spesa senza prima aver controllato quello che ho già in casa, devo ricordarmelo.
Per sicurezza compro gli ingredienti di nuovo, e ovviamente non appena a casa mi accorgo che avevo già tutto.
Poco male, preparerò un tortino anche domani.

Mi sistemo ai fornelli, la musica giusta in sottofondo, i capelli raccolti per bene.
Metto a bollire mezza pentola d’acqua – quella che uso per la pasta – e intanto spezzetto il cioccolato e lo metto in un pentolino più piccolo poggiato dentro alla pentola d’acqua.
Si, lo so, sarebbe bastato scrivere “sciolgo il cioccolato a bagnomaria”, ma non sono una cuoca, sono una scrittrice, di parole abbondo fino a vomitare, ma è il mio mestiere, e mi piace così.
Scrivere è il mio mestiere. Finalmente me ne rendo conto.

Dicevo, metto a sciogliere il cioccolato, e verso la fine ci aggiungo il burro e lo zucchero a velo.
Se fossi cuoca, direi di mescolare di tanto in tanto; ma sono scrittrice, e trovo che l’azione del mescolare sia scontata e quindi inutile da specificare.
Quando è tutto bello sciolto, spengo il fuoco e assaggio. Niente male.
In una terrina a parte monto l’uovo usando la frusta elettrica, che io odio perché ho sempre paura di spruzzare le uova su tutta la parete, ma l’uovo in questo caso è uno, quindi non succede nulla.
Quanto si deve sbattere un uovo perché monti? Ecco, scrivo questa frase e preferirei per un secondo essere davvero una cuoca, perché rileggendola da scrittrice mi accorgo che oltre ad essere brutta ispira un sacco di immagini volgari.

Ah, le parole. Quanto sanno essere pericolose.

Dopo un minuto verso l’uovo sbattuto nel cioccolato, e mescolo bene affinché i due impasti si amalgamino.
Assaggio. Proprio buono.
Aggiungo la farina, e mescolo di nuovo.
Assaggio. Sempre meglio.
Arriva il momento del mio tocco personalizzato: un goccio di amaretto di Saronno e il succo di mezz’arancia.
Mescolo. Assaggio. Una bontà.
Sciolgo una noce piccolissima di burro, e con un pennello di plastica viola passo i due contenitori di alluminio, che poi spolvero con un po’ di farina.

Ci siamo quasi.

Prendo quello che resta del mio impasto dopo i duecentomila assaggini, riempio i due contenitori e li metto in freezer.
Ci vogliono almeno un paio d’ore prima che siano pronti, quindi potrei: sistemare lo studio / sistemare la camera / lavare tutti gli utensili che ho or ora usato / stendere la lavatrice / procedere con manicure e pedicure / chiamare qualche amica che non sento da troppo tempo.
Solo che alla fine mi metto a leggere, e mi imbambolo tra le righe del romanzo che mi sta togliendo il sonno in questi giorni.
Passano due ore e mezza, e non ho fatto nulla di quello che mi ero prefissata.
E chissenefrega, oggi posso anche essere più indulgente con me stessa, visto che pretendo sempre troppo da me, e alla fine mi deludo da sola più di quanto mi deludano gli altri, il che è un paradosso.
Oggi posso respirare un po’.
Oggi posso dedicarmi a me.

Accendo il forno (180°, ventilato), e quando la luce rossa si spegne, inforno il mio tortino. Uno solo, anche se in freezer ce ne sono due.
Ci fosse qui il mio ragazzo direbbe che è assurdo accendere il forno per un tortino soltanto, ma il tortino è per me, e non credo di valere meno di chiunque altro, e oggi ho questa voglia che mi voglio togliere, e il forno funziona comunque, anche se pe cuocere un tortino solo.

Il profumo di cioccolato inizia a riempire la cucina, e procede a pari passo con la mia salivazione.
Mi par di essere il cane di Pavlov.
Dopo 16 minuti spengo il forno, prendo il contenitore in alluminio col terrore di ustionarmi, lo giro a testa in giù e faccio scivolare il tortino nel piattino e chi fa la rima è più stupido di prima.
Ripercorro il bordo del mio dolcetto con la panna montata.
Accendo una candela, spengo la luce.
E mi godo questo momento tutto mio.

Perché se c’è una cosa che ho imparato a fare, in questo percorso di tre anni che mi ha portato dalla prima a questa ultima regola, è proprio volermi bene.
Ci sono stati dei giorni in cui ho pensato di non farcela, e che non sarei mai riuscita a scrivere 366 regole; ce ne sono stati alcuni in cui ero piena di idee, ispirazioni, voglia di raccontare e raccontarmi.
Ci sono state sere in cui ero seduta con il pc sulle gambe, le dita sopra la tastiera e la testa vuota.
Ci sono state sere in cui ho fatto le ore piccole perché non riuscivo a fermarmi, tante erano le cose da dire.

A volte ho rispettato le scadenze, altre no.
A volte ho pianto, mentre scrivevo, altre ho riso da sola – ed è una bellezza quando capita.
Ho parlato d’amore, di solitudine, di rabbia, di esaltazione.
Ho tentato di raccontare quanto ognuno di noi possa essere unico e speciale.

Lo ammetto, a volte ho scritto regole che io per prima non riesco a rispettare; ma c’ho provato.
Ce l’ho messa tutta, mi ci sono messa tutta, in queste mie 366.
Ho fatto quello che sapevo, ho dato quello che potevo.

Adesso tocca a te.
Adesso il momento è il tuo.
Lascio andare la tua mano, perché so che è una mano forte, grande, calda, in grado di capire quando stringere i pugni e quando dispensare carezze.
Lascio andare la tua mano, che come la mia, con la mia, si è sporcata e screpolata, in questi anni; ma in fondo, va bene così. 
Ogni imperfezione, un pezzo di vita vissuta.
Lascio andare il tuo palmo dove per un po’ si è appoggiato anche il mio. 
Io la strada ho iniziato a percorrerla, ma adesso il cammino è tuo.
Adesso sei tu.
Adesso tocca a te, e non posso che dirti di fare, prima di tutto e sopra ogni cosa, l’unica azione che conti davvero.
Abbi cura di te.

Regola#365contafinoa…366!

366

CONTA FINO A …366!

Come quella volta che volevo assolutamente cambiare lavoro, e allora mi son messa a leggere gli annunci, e allora ne ho trovato uno interessante proprio tanto, e allora ho inviato il cv, e dopo qualche giorno mi hanno richiamata per un colloquio e ci sono andata e il lavoro mi allettava proprio tanto e loro mi hanno detto che sarei stata la persona adatta e io ero proprio felice, tanto felice che ho iniziato a dirlo a tutti e a raccontare quanto quel lavoro mi sarebbe piaciuto e già mi vedevo nella mia nuova quotidianità e avevo cercato il tragitto su Google Maps e avevo immaginato a come sarebbero cambiati i miei ritmi cavolo forse è il caso che disdica l’abbonamento in palestra e con il nuovo stipendio potrò comprarmi un sacco di cose forse è il caso che rinnovi il mio guardaroba già che ci sono comincio già.

Solo che alla fine il lavoro non me l’hanno dato.

O come quella volta che il mio ragazzo non rispondeva al messaggio – spunta grigia quanto cazzo odio la spunta grigia – e allora dopo un po’ ho provato a chiamarlo ma non ha risposto neanche al telefono e allora ho pensato che gli fosse successo qualcosa ed ecco che magari ha fatto un incidente oppure ecco che magari adesso sta con un’altra ecco appunto lo sapevo che prima o poi sarebbe successo e adesso lo mollo e vaffanculo e chissà chi è questa stronza lo sapevo io che dovevo tagliarmi i capelli perché a lui piacciono le tipe col caschetto e adesso chi dorme più sapendo che mi sta tradendo e mi metto a piangere e ho bisogno di parlare con qualcuno ma quest’ora la mia migliore amica sta dormendo quasi quasi chiamo il telefono amico e non ce la faccio più e tutti a me e lo sapevo che non dovevo innamorarmi così tanto e adesso cosa faccio da sola chissà se riuscirò ad innamorarmi di nuovo e chissà come sarà il mio nuovo ragazzo e chissà se piacerò alla sua famiglia forse è il caso che mi prenda due settimane di ferie ad agosto se dobbiamo fare un viaggio ma io amo il mio ragazzo di adesso che vita triste che triste vita perché doveva fare le corna proprio a me adesso gli tolgo l’amicizia su facebook e aggiorno il mio stato scrivendo che sono single.

Solo che alla fine il mio ragazzo aveva semplicemente preso sonno con il cellullare acceso.

O come quella volta ancora in cui la mia nipotina mi chiama e mi chiede quando la porto al cinema e allora mi rendo conto che la sto trascurando e allora comincio subito a cercare il film giusto per lei e controllo l’orario e decido di comprare i biglietti online così siamo sicure di avere dei buoni posti e posti ce ne sono solo 6 la sala è quasi tutta piena e provo a comprarli ma non c’è rete e il cellulare mi si scarica e allora mollo tutto e vado direttamente al cinema e faccio 15 km per essere sicura di trovare i biglietti e arrivo di corsa e tutta trafelata e c’è la fila e io odio le file perché quando uno ha fretta le file le odia e arriva il mio turno così finalmente posso prendere i biglietti.

Solo che alla fine non mi era accorta che lo stesso film lo davano in due sale, e la seconda era quasi vuota.

Eustachia va veloce. Eustachia corre.
Corre troppo.
E chi corre troppo, rischia di inciampare ruzzolare cadere e farsi tanto tanto male.
E allora qualsiasi cosa capiti, ho deciso di non correre più.
Faccio un bel respiro profondo, e conto.

Quando vado in ansia o quando il tempo sembra non bastarmi, quando mi sta per capitare qualcosa di bello o quando ho paura di dover superare un problema brutto, invece di lasciarmi andare alla frenesia, io conto.
Quando mi arrabbio con qualcuno, invece di buttare fuori quello che ho in testa e dire magari cose che non penso, io conto.
E contando, mi calmo.
E calmandomi, vedo tutto con il giusto distacco.
E vedendo tutto con il giusto distacco, le cose non mi sembrano poi così urgenti o negative o questione di vita o di morte.
E quando le cose perdono il loro potere, io non rischio di sbagliare più.
E faccio le scelte giuste.
Il trucco è semplicemente contare.

Conta fino a 1.
Conta fino a 2.
Conta fino a 366!

Regola#365lecosecambiano

364

LE COSE CAMBIANO

Gli occhioni castani della piccola Maria sono fissi sul mio avambraccio sinistro.
Con le dita sfiora delicatamente la parte di pelle coperta da un sottile velo di pellicola trasparente.
“Ti fa male?”.
L’espressione del viso è un misto di curiosità e preoccupazione, quanto può essere curiosa e preoccupata una bambina di sette anni che osserva il nuovo tatuaggio della sua baby-sitter.
“No, assolutamente no. Ti piace?”
Maria si sposta una ciocca di capelli ricci dietro l’orecchio, resta assorta qualche secondo per farmi capire che ci sta pensando davvero, e che il suo giudizio è sincero e ponderato.
“Si, tanto. Ma perché ti sei disegnata un gabbiano?”.
Mentre me lo chiede, mi si accovaccia in grembo, come fa sempre prima di addormentarsi per ricevere un po’ di coccole; la seguo da quasi un anno, durante il quale ho visto la sua famiglia disgregarsi tra litigi e rancori.
Mi chiedo quanto stia assorbendo di tutto questo, mentre annuso il profumo della sua pelle, un misto fra il bagnoschiuma alla pesca e l’innocenza dei bambini piccoli.
Mi domando se anche io, alla sua età, abbia mai profumato allo stesso modo; mi chiedo se sono stata anche io così pura, così innocente.
Mi chiedo dove posso essermi persa.
“Perché il gabbiano simboleggia la libertà, e io voglio ricordarmi ogni giorno che devo essere libera, prima di tutto e prima di tutti. La libertà è un diritto importante, Maria, quasi come l’aria che respiriamo”.
“Cosa vuol dire diritto?”.
“Vuol dire che nessuno deve permettersi di toglierti quella cosa; a te, a me, a nessun’altra persona al mondo”.
“Anche ai bambini?”, chiede, spalancando la bocca in preda ad un enorme sbadiglio.
“Anche ai bambini, polpetta!”, e tenendola stretta in braccio, la porto in camera sua per metterla sotto le coperte.
“Da grande voglio anche io farmi un tatuaggio per ricordarmi di essere libera”.
Le sposto i capelli dalla fronte, dove le appoggio un bacio leggero.
“Te ne ricorderai comunque, polpetta, vedrai”.

Esco dalla camera, ritorno in salotto, sistemo i libri che abbiamo sfogliato questa sera; lo sguardo mi cade spesso sul mio tatuaggio nuovo di zecca, e il cuore mi si riempie di forza d’animo e convinzione; non permetterò mai più a nessuno di farmi sentire in trappola.
Mai più, ne sono sicura.
Le ultime parole famose.

Era il 1996, ed ero davvero convinta che sarebbe bastato un tratto d’inchiostro nero di 3 centimetri per ricordare a me stessa che nella vita non bisogna permettere a nessuno di essere la nostra coscienza, di mettersi al primo posto, di toglierci la libertà, l’istinto e la voglia di essere quello che siamo.
Beata convinzione, beata incoscienza.
Perché se ci sono poche cose certe nell’esistenza umana, una di queste è che le cose cambiano, e a volte questo dettaglio ci terrorizza.
Cambiano le situazioni, cambiano le convinzioni, cambiano le persone.
Cambiano gli amori, cambiano i desideri, cambiano i sogni e le necessità.
Cambiano le opinioni e cambiano le priorità.

E’ cambiata Maria, che ho incrociato una volta in un centro commerciale intenta nell’atto di rubare un rossetto, i lunghi capelli ricci diventati un cespuglietto rovinato da troppi passaggi di piastra.
Non mi ha nemmeno riconosciuta.

E sono cambiata io, anche in seguito a tutte le volte che ho permesso a qualcuno di calpestare la mia libertà, alla faccia del gabbiano che mi ero tatuata.
E per fortuna è andata così, per fortuna ho vissuto e ho sbagliato e ho imparato da quegli errori che ho commesso una, due, tre volte ancora, perché tre volte più grande è stata la lezione.
E ho imparato che purezza e innocenza non sono caratteristiche destinate a perdersi, ma alloggiano nella spontaneità, che spesso attribuiamo solo ai bambini ma che in realtà risiede in ognuno di noi, e nella nostra capacità di essere autentici, anche quando tutto cambia.

Perché laddove esiste il cambiamento, inizia un’evoluzione.
E allora dobbiamo vivere e credere e amare e desiderare e sognare e pensare e costruirci il nostro mondo ricordandoci che tanto tutto cambia.
Ed ecco che un gabbiano può diventare un fior di loto.

Regola#363fa’cheletueombrediventinobolledisapone

363

FA’ CHE LE TUE OMBRE DIVENTINO BOLLE DI SAPONE

Ci portiamo appresso troppe ombre.
Di anno in anno, ci carichiamo addosso troppi aloni.

Ce li trasciniamo dietro le spalle, come a formare un lunghissimo e pesante mantello di rabbia nera e cieca che ci si avvinghia, tentacoli di meduse trasparenti e ovattate che ci vogliono avvelenare.

Cin cin, buon anno, evviva, lenticchie baci stelle filanti stelle cadenti stelle nel trucco che osiamo solo quella sera lì.
L’elenco dei buoni propositi.
La lista dei not-to-do-anymore.

Anymore, lo giuro.
Quell’errore lì mai più.

Ma intanto abbiamo l’anima piena di ombre.
E ci balliamo la tarantella sopra perché facciamo finta vada bene così.
No, che non va bene.

Le ombre rendono tutto grigio, e nel grigio ci sguazzano volentieri soltanto le persone tristi.
Vuoi essere una persona triste?

Io no.
Io voglio rifletterle tutte, le sfumature, anche se alla portata di soli occhi attenti.
E allora prendo le ombre, ci soffio dentro, e ne faccio bolle di sapone.
Di quelle che ti esplodono in faccia e ti lasciano il gusto umido e vaporoso del detersivo per i piatti.

Che sia questo il solo dolore che ti resti.
Un retrogusto di sapone, lungo giusto il tempo di voltare pagina.

Regola#362seitropparobaperentrareinunoschema

362-2

SEI TROPPA ROBA PER ENTRARE IN UNO SCHEMA

“In effetti, tra qualche settimana saranno sei anni che stiamo insieme. Potremmo anche sposarci, che dici?”.
Nella sala crolla il silenzio.
Alzo gli occhi dal piatto, la forchetta sospesa di fronte alla mia bocca. Vedo tutti gli occhi puntati su di me, gli occhi di ogni membro della sua famiglia, qui riunita per la tradizionale cena del primo dell’anno, e tutti si aspettano che ora io mi metta a piangere dalla gioia esplodendo in un “sì” entusiasta.
E in effetti, mi metto davvero a piangere, ma perché l’ultima cosa che voglio è sposarmi, quest’anno, e con lui.
Lo fisso chiedendomi se mi stia prendendo per il culo, visto che oramai stiamo trascinando questa storia da mesi e siamo diventati due estranei seduti per caso alla stessa tavola. E lui lo sa benissimo.
“Dico di no”.
Poi, molto lentamente, consapevole che mi stanno guardando tutti con sorpresa e disprezzo, ingoio l’ultimo boccone di dolce rimasto sospeso sulla forchetta, mi pulisco le labbra, piego il tovagliolo per bene, lo poso educatamente di fianco al piatto, mi alzo, ed esco salutando e ringraziando tutti.
Non li avrei rivisti mai più.
Quel giorno ho rischiato di rimanere incastrata in uno schema, ma fortunatamente me ne sono resa conto in tempo, e ho scelto di non accettare un matrimonio che arrivava come alternativa alla separazione, come a dire “ormai sono tanti anni che stiamo assieme tanto vale sposarci per non buttare via tutto questo tempo e poi tutti i nostri amici si stanno sposando tanto vale farlo noi pure”.
Non che non lo volessi, il matrimonio, anzi, ho sempre sognato di sposarmi, fantasticando per ore sull’abito, la cerimonia, le bomboniere.
Ho pianto, immaginandomi stretta a ballare con il mio neo-marito sulle note di Di Sole e d’Azzurro.
Ma ho anche sempre pensato che prima ancora d’essere sposata perché tanto lo sono tutti, io voglio essere felice, e adesso sono felice perché l’unica fede che conta è quella nell’amore incondizionato che mi lega al mio ragazzo, e non la fede che non ho al dito.

“Non sono mai stato con una veneta, e non vedo l’ora di provare”.
Dapprima penso di avere capito male, dopotutto sono in Croazia e questa telefonata era l’ultima cosa che mi aspettassi in una giornata di vacanza come questa.
“Scriviamo tutto nero su bianco nel contratto: io ti garantisco due anni di conduzione – e ti assicuro che questa trasmissione rivoluzionerà il modo di fare calcio in tv, ne parleranno tutti – e tu in cambio mi garantisci la tua presenza al mio fianco, vieni a vivere da me, e sarai a tutti gli effetti la mia fidanzata. Finiti i due anni, sarà quel che sarà”.
Mi guardo attorno per tentare di capire se sia uno scherzo, o quantomeno per condividere la telefonata con qualcuno, ma i miei zii e il mio ragazzo di allora sono sotto l’ombrellone, e in questo scoglio di fronte all’isola di Cres sono sola. E sto parlando al telefono con il direttore di una pay-per-view molto nota a livello nazionale, e destinata da lì a qualche mese a diventare un colosso dell’intrattenimento via cavo. A quanto dice mi ha notata nelle trasmissioni televisive locali che conduco da qualche tempo, e vuole farmi fare un salto di qualità, una proposta cui non posso dir di no perché mi garantirebbe un futuro nel panorama televisivo di primo livello.
“Ci sono ragazze che pagherebbero, per essere al tuo posto. Che dici? Ti va?”.
“Anche no, grazie”.
E riattacco.
Ecco un altro tentativo di farmi incastrare da uno schema. Do-ut-des, e la fama è servita.
Ma per quel tipo di compromessi io non ci sono nata, e non perché io sia più o meno brava di altre/altri.
Semplicemente, le scorciatoie non mi sono mai interessate, in quel periodo la mia vita andava benissimo così, e io ho sempre preferito non dover ringraziare nessuno per quello che ho, tranne me stessa e le persone che hanno davvero avuto fiducia in me.

“Non hai voglia di avere una famiglia? Saremo perfetti insieme. Oramai hai quasi quarant’anni, e io sarei un ottimo papà. Ci conosciamo da anni, e non ti farei mancare nulla”.
Lo fisso negli occhi per tentare di capire se sia serio, e in effetti lo è.
Qualche settimana prima gli avrei riso in faccia, ma stasera sono malinconica, e in questa cena tra amici sono – siamo – gli unici a non avere marmocchi intorno.
E allora prima di rispondere, provo a riflettere.
Sono nata per essere mamma; a volte – quando tengo un bambino in braccio, specie se molto piccolo – mi rendo conto che le mie braccia sono fatte per questo, per stringere un bambino.
Voglio un bambino da sempre, e mi sono altrettanto sempre sentita un po’ più fallita del normale per non averne avuto.
E dopotutto, quel mio amico ha ragione. Lo conosco da tempo, è un bravo ragazzo e sicuramente avrei tutto quel che desidero, compreso un pancione da qui a qualche mese.
Ma mentre faccio questi pensieri, sento il fragore di un piatto sbattuto a terra seguito dalle grida di un marmocchio accompagnato dalle imprecazioni del padre e contornato dall’isteria della madre.
E il mio amico che inizia a snocciolare tutte le bestemmie che conosce perché un pezzo di pizza gli è piombato sui pantaloni color kaki, e non appena si rende conto di avermi ancora lì davanti chiude il siparietto uscendosene con una frase tipo: “Tu li sai smacchiare i pantaloni, vero femena? Allora, che dici?”.
“Dico di no. E comunque i pantaloni resteranno rovinati”.
E mi sposto.
Altra età, altra situazione, altro – tristissimo – schema.
Quello dell’ultimo treno che passa, ora-o-mai-più, lo ascolti o no il tuo orologio biologico?
Lo ascolto, certo che lo ascolto; ma ho sempre pensato che un figlio non lo vuoi: lo ricevi.
E se io finora non sono stata pronta per riceverlo, non è colpa di nessuno e tanto meno mia, e potrei anche non esserlo mai, ma questo non mi fa sentire meno donna o meno in grado di amare.
E soprattutto, non mi fa sentire meno in gamba semplicemente perché non ho seguito uno schema, anzi, perché io – perché tu – siamo troppa roba per entrare in uno schema.
Della mia vita vorrò si dica sempre che sono stata un disegno a mano libera.
A volte in bianco e nero, a volte monocolore, a volte fin troppo piena di sfumature.
Ma sempre e solo un disegno a mano libera.
La mia.