Regola#353teoremadellamorfarlocco

353

TEOREMA DELL’AMOR FARLOCCO

Dio, che freddo che fa, pure il volante è ghiacciato.
Forse non è stata proprio una buona idea uscire in pigiama, questa notte, soprattutto se per pigiama intendo una sottoveste di cotone nera sopra la quale ho gettato un cappottino preso a caso che di caldo ha ben poco.
Ma in fondo dobbiamo stare in macchina, e in pochi minuti l’abitacolo ha già raggiunto un tepore piacevole.
A mezzanotte mancano venti minuti; fra cinque minuti sarò sotto casa sua, e non sto nella pelle dall’eccitazione.
Si sta per compiere l’operazione “Buon Compleanno amore mio!, che prevede un’improvvisata sotto casa del mio ragazzo per aspettare con lui la mezzanotte e festeggiare il suo compleanno.
Ho nascosto in auto tre dei suoi dolcetti preferiti, mentre il regalo vero – un libro di Pessoa – è ben mimetizzato sotto al sedile.
Sono talmente felice che faccio quasi fatica a guidare.
Chissà che faccia farà! Chissà come sarà contento! Chissà quanto più bene mi vorrà dopo questa sorpresa, anche perché lui ama queste cose! Cioè, a dire il vero lui non sopporta le sorprese e tanto meno le improvvisate, e non sente un trasporto particolare per il giorno del suo compleanno, ma non potrà non essere contento vedendo quanto contenta sono io, giusto?
E invece no, non è giusto per niente.
Perchè sono caduta nella trappola del teorema dell’amor farlocco, secondo il quale quando amiamo qualcuno, lo facciamo nel modo in cui vorremmo essere amati noi, e se invece riceviamo un amore diverso in un modo diverso, finiamo per struggerci in una sofferenza struggente e struggevole.
Ma sopratutto inutile.
Quella sera non sono corsa sotto casa del mio amore per far felice lui, ma per far felice me stessa perché è esattamente la cosa che IO avrei voluto lui facesse con me.
Ma io e lui, così come io e il resto del mondo, siamo – fortunatamente – tutti diversi, e pretendere che lui mi ami nel modo in cui lo amo io, è tanto sbagliato quanto pretendere che a lui piacciano le cose che fanno felice me. E viceversa.
Coltivare un amore basato su tali presupposti, continuando a dare all’altro quello che in realtà vorremmo ricevere noi, alimenta un tipo d’amor farlocco che prima o poi ci fa scoppiare, perchè lo scarto fra quello che diamo e quello che vorremo ricevere porta inevitabilmente a uno stato d’animo ineluttabile quanto annichilente: la delusione.
Più ci aspettiamo di essere amati secondo le nostre coordinate, più restiamo delusi nel vedere le nostre aspettative disilluse e, ancora peggio, annebbiati dalla delusione perdiamo di vista il vero, grande dono che una relazione ci porta: un universo di modi nuovi e diversi dal nostro di concepire l’amore.
Rischiamo di mandare a puttane tutti da soli qualcosa che potrebbe essere immenso.

E allora le soluzioni sono due.
O troviamo qualcuno che ci ami esattamente come facciamo noi – e in tal caso facciamo prima ad amarci da soli.
O ci apriamo davvero all’altro, al nuovo, senza aspettative, accogliendo tutto quello che ci viene donato con gli occhi del bambino che assaggia per la prima volta lo zucchero filato.

E il quello zucchero filato immenso impara a perdersi.

Regola#352efattela’narisata

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E FATTELA ‘NA RISATA
Apologia dell’autoironia

La musica cresce di tono e intensità, creando un clima di tensione e suspense acuito dal brusio di fondo degli spettatori.
L’aria è pregna di tutti i sapori che si sono mescolati questa sera: il cibo, la birra, il sudore dei quasi 400 corpi presenti a questa cena di mezza estate, il cloro della piscina che resta appiccicato alla pelle.
Io sono in piedi e non riesco a respirare, tanta è la tensione, tanta è l’attesa.
Al mio fianco una ragazza più grande di me di una ventina d’anni; di fronte a noi delle persone sedute su seggioline improvvisate, fra le mani i numeri scritti a pennarello sulle palette.
Tra qualche secondo ognuno di loro alzerà la propria, e con quel gesto decreterà la vincitrice di questa edizione del concorso.
Eh si, perché nel mio curriculum di esperienze più o meno disastrose posso annoverare anche questa: la partecipazione al concorso di Miss Porchetta.
Fisso lo sguardo sulle palette che stanno per alzarsi, poi lancio un’occhiata ai miei amici, butto la testa indietro, e rido come poche volte in vita mia, e come mai avrei pensato di fare solo qualche ora prima.Correva l’anno (e qui non aggiungo altro perché è passato talmente tanto tempo che non me lo ricordo più).
Sto passando l’estate tra studio, lavoretti vari in vista dell’imminente tassa universitaria da pagare, storico gruppo di amici con i quali caricare le batterie emotive quando usciamo.
E come ogni estate, una delle serate imperdibili è la classica cena a base di porchetta organizzata a pochi chilometri da casa, e diventata oramai un evento di richiamo per centinaia di persone.
Mi preparo per la serata con tranquillità e in scioltezza, perché già so che alla fine finiremo tutti in piscina, quindi tanto vale mettere un vestito semplice direttamente sopra il costume.
Trucco zero, capelli raccolti alla carlona.
Partiamo, gli amici di sempre, gli amici con i quali sono cresciuta, gli amici che amo e fra i quali mi sento al sicuro.
I miei migliori amici; ‘sti stronzi ‘nfami bastardi.
Eh sì, perché appena arrivati alla festa scopro la novità di quell’anno: un concorso di bellezza fra le ragazze presenti, e ogni compagnia che partecipi iscrivendo almeno una ragazza guadagna automaticamente un giro di birre gratis, e guarda caso i miei amiconi hanno deciso di iscrivere proprio me, non tanto perché la più bella, quanto piuttosto perché l’unica che possa affrontare una cosa del genere con simpatia.

Quando lo scopro devo ancora addentare la prima forchettata di pasta, che resta ferma sospesa davanti alla mia bocca aperta.
“Non esiste. Scordatevelo”.
Fisso  uno ad uno i miei amici; i ragazzi mi stanno supplicando con gli occhi da cercafamiglia e l’acquolina alla bocca pensando alla birra gratis, le ragazze mi stanno supplicando con gli occhi terrorizzati perchè se io mi rifiuto potrebbe toccare a una di loro.

Se io potessi guardarmi da sola mi supplicherei con gli occhi perché queste cose le odio; pensano tutti che tanto per me è facile, sarà una passeggiata, ma in realtà non hanno idea dei complessi e delle paranoie che mi ossessionano da quando ho smesso di essere la bambina che guardava i cartoni animati e mi sono innamorata di Dylan Mckay.

Mi sento in trappola, e la sola idea di confessare a tutti che non mi piaccio per niente e partecipare a questo concorso equivale a farmi camminare sui carboni ardenti scalza e a carponi, mi spaventa a morte.
Sto per mettermi a piangere dal disagio quando mi si avvicina Nicola, uno dei miei grandi amori adolescenziali – dopo Dylan McKay, ovviamente.
“Stasera sei proprio bella, non devi temere nessuna. E poi è un gioco, fatti una risata e li conquisterai tutti”.
Mi sussurra all’orecchio questa frase, e la serata mi si stravolge totalmente, vuoi perché sono esattamente le parole che avevo bisogno di sentire, vuoi perché se il tuo amore adolescenziale ti sussurra una frase all’orecchio sfido chiunque a restare in piedi.
E allora mi faccio una risata, e mi lancio nelle prove del concorso.
Una a una, sconfiggo tutte le avversarie grazie a una prova canto disastrosa, una sfilata da girarsi dall’altra parte pur di non guardarmi e una prova ballo che sputtana in tre minuti dieci anni di danza classica. Ma il mio asso nella manica è l’ironia, perché quando apro bocca per commentare le mie prove non ce n’è per nessuno.
Rido su me stessa, sulla serata, sui miei difetti e i miei punti di forza, sull’amicizia che mi lega a quel gruppo scancassato di ragazzetti che provano a diventare adulti, rido sulla cotta assurda che ho preso per Nicola.
E ridendo, arrivo in finale.
Si alzano le palette.
Vince l’altra ragazza.
E io conquisto il secondo posto al concorso di Miss Porchetta, ma soprattutto imparo che laddove magari possono non arrivare gambe chilometriche e perfette, naso alla francese, acume intellettuale e abilità a fare tutto e in ogni momento, arrivano sempre e comunque intelligenza e autoironia, perché se impariamo a ridere di noi stessi, impararemo a gustare anche le situazioni più disparate.
E a non avere paura di niente.
Neanche di diventare grandi.

Regola#351nonfartimaledasola

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REGOLA#351 NON FARTI MALE DA SOLA
Pensieri sparsi di un mercoledì sera sotto la doccia.

L’acqua mi scivola sul viso, calda ma copiosa.

La sensazione di soffocare è quasi immediata, dopotutto la fobia di avere la testa sott’acqua non sono mai riuscita a vincerla, e tenermi il getto della doccia puntato sulla faccia, questa sera, è un atto di violenza che mi sto infliggendo da sola, con rabbia e ostinazione.

Le lacrime si mescolano all’acqua.
Mi si sta tappando il naso, tuttavia non riesco a smettere.
Mi manca il respiro e sento che potrei avere un attacco di panico da un momento all’altro, ma continuo a tenere il getto dell’acqua puntato sulla faccia, come se volessi punirmi da sola.
Forse è proprio questo il punto: mi sto facendo del male da sola, e nel momento in cui lo realizzo, mi  appoggio con la mano destra alla maniglia, e chiudo il flusso dell’acqua.
Esco dalla doccia, mi avvolgo in un asciugamano e scivolo per terra, la schiena poggiata sullo scaldasalviette, le braccia sulle ginocchia piegate, la testa buttata indietro.

Questa doccia rappresenta la metafora calzante e cristallina di come ho condotto la mia vita negli ultimi anni: quando vado in crisi perché non sto vivendo come vorrei, invece di rimboccarmi le maniche e dare la necessaria sterzata all’andamento delle cose, me la prendo con l’unica persona che dovrei amare ancora di più: me.

Mi faccio del male da sola, proprio come sotto la doccia quando mi costringo con la testa sotto l’acqua.

Mi rendo conto di aver rinunciato ai miei sogni, e invece di lottare per recuperare il tempo perduto, persisto nell’affossarli. Mi circondo di situazioni soffocanti e sbagliate, e invece di far brillare la mia criniera di leonessa, divento un micetto frustrato. Mi descrivo come una donna con le palle, e invece sono io a fungere da pallina antistress a chi capita e quando gli fa comodo.

Non ascolto i segnali di insofferenza che manda il mio corpo, e invece di prendermi una pausa da tutto e tutti, persevero e continuo ad avvelenarmi.

Un circolo vizioso purulento e nocivo che, fino ad oggi, mi ha tenuta incastrata in una gabbia per criceti, e io a girare continuamente nella ruota fino a sfinirmi e ad indirizzare le mie energie per dare la colpa a qualcosa fuori di me: il destino, la vita,  la sfiga, le persone sbagliate, le scelte avventate.
Quando l’unica colpevole sono io.
Perché non si possono cambiare né le circostanze e tantomeno le persone, ma possiamo cambiare il nostro modo di vivere le circostanze e le persone, iniziando prima di tutto a fregarcene.

Imparando a seguire il nostro istinto, e a vivere sentendoci liberi.
Imparando che non possiamo modificare gli accadimenti, ma gestirli, quello sì.
Imparando a non mettere sempre in discussione noi stessi prima di tutto e imparando che a volte le scuse dovremmo pretenderle invece che chiederle e imparando che non sempre cedere è la soluzione migliore.

Accudendo e accrescendo il nostro amor proprio come faremmo con una storia d’amore cui teniamo.

Realizzo tutto questo con la schiena ancora appoggiata al muro, i capelli che hanno sgocciolato dovunque intorno a me, il respiro ancora un po’ pesante dopo lo spavento di sentirmi soffocare dall’acqua.
Mi alzo lentamente, carico la lavatrice, la faccio partire– devo ricordarmi di stendere prima di prendere sonno.
Sistemo il tavolo in cucina dove ho lasciato i resti della cena.
Preparo la borsa per il giorno dopo, pensando a come vestirmi.

I soliti gesti di sempre.

Asciugo un po’ i capelli, ma lo faccio troppo tardi, e lo sbalzo di temperatura fra il bagno caldo e il resto della casa mi ha già fatto salire la febbre.
Ho le guance in fiamme, gli occhi lucidi, il corpo che si riempie di brividi.

Mi butto sotto le coperte, tentando di trasformare in parole tutto quello che ho capito questa sera, perché voglio che questo momento di lucidità resti impresso indelebilmente da qualche parte.
So già che potrei dimenticarmene, e che un giorno avrò bisogno di rileggere tutto questo, rivivere questo momento e aggiustare la rotta.
Aggiustarmi, la prossima volta che sarò rotta.

Scrivo di getto, e mentre lo faccio diventa sempre più chiaro quello che voglio diventare.
Intanto la lavatrice ha finito; ora stendo i panni, bevo un po’ d’acqua e provo a dormire.
Da domani si ricomincia daccapo, con me stessa, con le persone che amo  e con tutto quello che mi circonda.
E smettendola di correre dentro ad una ruota per farla girare, che tanto le cose si capiscono meglio solo quando le guardiamo da fermi.
E quello è proprio il momento in cui possiamo soffiarci sopra e allontanare da noi tutto quello che ci fa del male.

Regola#350nonperderemaiiltuoentusiasmo

frida-kahlo-farfalle

NON PERDERE MAI IL TUO ENTUSIASMO

Vedo un tramonto rosa, e mi esalto come una bambina vestita da principessa il giorno di carnevale. Ascolto una canzone intensa e bellissima, e mi viene la pelle d’oca come nelle docce d’inverno con il bagnoschiuma sempre troppo freddo. Il mio ragazzo entra in casa dopo ben quattro ore che non lo vedo, e gli salto al collo e lo riempio di baci come se fosse tornato dopo un ritiro di 7 anni in Tibet.

E’ più forte di me: sono un’incorreggibile entusiasta, e ho tutta l’intenzione di continuare ad esserlo, nonostante le valangate di cacca che quotidianamente il destino – evidentemente afflitto da pessimismo cosmico – mi butta addosso.
Qualche esempio.

1.
Arrivo in ufficio il venerdì mattina, con la mente fortemente sotto stress perché questa settimana mi è successo di tutto.
Non vedo l’ora che trascorra la giornata per tornare a casa e godermi un weekend all’insegna delle cose che amo di più e che riescono a caricarmi: mio moroso, una cena con gli amici, tempo per me stessa da organizzare fra lettura, scrittura e una puntatina a teatro.
Pensare a quello che mi aspetta da lì a poche ore mi alleggerisce la mente e mi regala un inaspettato entusiasmo, quel tanto che basta per pronunciare l’unica frase bandita in situazioni come questa.
“Monica, chissà che questa giornata passi senza rotture di coglioni, che stasera alle 18.30 fuggo via e stacco la spina fino a lunedì!”
La mia collega mi guarda con il terrore davanti agli occhi: ho infranto il patto implicito che vige nel nostro ufficio perché pronunciando quella frase – secondo lei – ho automaticamente attirato su di noi ogni possibile contrattempo e problema.
E in effetti ha ragione, perchè quel venerdì piovono addosso talmente tante cose da fare, che ci tocca saltare la pausa pranzo, far pipì giusto due volte e in extremis e comunque parlando contemporaneamente al telefono con qualcuno e la sera usciamo alle 20.00 sfinite ed esauste.
Ma nonostante la stanchezza, mi basta pensare che la giornata è finita e ora mi aspettano solo cose belle, e immediatamente l’entusiasmo torna a pizzicarmi nelle vene.
Wendy VS Pessimismo Cosmico 1-0.

2.
Sto facendo colazione con la mia migliore amica, in una domenica mattina fredda ma assolata; stiamo chiacchierando della mia storia d’amore, di come stanno andando le cose.
La guardo con gli occhi a forma di cuore perché sono reduce da una serata bellissima passata con il mio lui, e dico l’unica frase che non si dovrebbe dire in questi casi.
“Claudia, sta andando benissimo. Ieri abbiamo passato una giornata meravigliosa, e lui è sempre di più quello che avevo sognato per me: premuroso, comprensivo, affettuoso. Sono proprio felice!”.
La mia amica mi guarda un po’ scettica, dice che è contenta per me ma che in amore non bisognerebbe mai abbassare la guardia, anche perché a lei mio moroso non piace poi così tanto.
E infatti, qualche ora dopo sono a casa che ci litigo, con il mio ragazzo, perché si è dimenticato di avere un impegno per la sera – che ovviamente non prevede la mia presenza – e sta mandando a puttane tutti i programmi che avevamo.
Il nervoso mi sale dalla pancia e mi si blocca in gola.
Mi chiudo in camera a piangere perché non c’è verso che lui capisca quali sono le priorità.
O forse sto piangendo perché le sue priorità sono fin troppo chiare, come fin troppo chiaro è il fatto che io non ne faccio parte.
Mi rendo conto che devo guardare in faccia la realtà, e prendere seriamente in considerazione che questa storia non sta andando come dovrebbe, perché se stesse andando come dovrebbe sarei serena e invece non lo sono mai e piango tutti i giorni e allora vuol dire che non siamo fatti per stare insieme e se non siamo fatti per stare insieme l’unica cosa da fare è andare ognuno per la sua strada perché se non è lui vuol dire che forse da qualche parte c’è qualcuno che mi sta aspettando.
Forse devo ancora incontrarlo, l’amore della mia vita.
E se devo ancora incontrarlo, vuol dire che starò bene da sola fino a quando arriverà, e quando arriverà starò ancora meglio.
Ergo, sto per stare ancora meglio.
E questo pensiero basta a farmi tornare l’entusiasmo in circolo.
Wendy VS Pessimismo Cosmico 2-0.

3.
Ferma davanti al bancomat da dove ho appena prelevato, sto controllando il mio estratto conto; ah però, le cose mi stanno andando bene, penso.
Ultimamente sono riuscita a risparmiare parecchio, quasi quasi posso iniziare a progettare l’acquisto del nuovo computer che sogno da un po’, e magari posso pure rifarmi il guardaroba.
Guido verso casa con la mente proiettata a tutti i nuovi acquisti che posso concedermi.
Arrivo al parcheggio, scendo dall’auto, apro la cassetta della posta.
E trovo tre lettere: una bolletta, una multa e una cartella dell’agenzia dell’entrate che mi ricorda che in Italia esiste una tassa da pagare che si chiama “bollo”, e di cui io ho sbadatamente dimenticato l’esistenza per gli ultimi tre anni.
E addio nuovo computer e guardaroba rinnovato, perché il  massimo che posso permettermi sono delle mutande nuove prendi tre paghi due.
Entro in casa e mi butto sul divano in preda allo sconforto; una vita passata a dover lottare per tutto, senza nessun regalo, senza nessuna concessione.
Non ce la faccio più.
Poso la testa sul cuscino del divano, e mi guardo intorno; e quello che vedo non solo mi piace, ma soprattutto è mio.
La casa, piccola ma confortevole, è mia.
L’auto che ho in garage, comprata usata e tenuta male perché sono un disastro, è mia.
I libri sparsi in ogni stanza, i vestiti nell’armadio e le scarpe per terra dovunque.
Tutto mio, tutte piccole conquiste per cui non devo ringraziare nessuno tranne me.
E se ce l’ho fatta finora, continuerò a farcela sempre.
Eccolo, l’ossigeno per il cuore; eccolo, l’entusiasmo che torna a colorarmi le guance.
Wendy VS Pessimismo Cosmico 3-0.

E sarà sempre così, perché non ho nessuna intenzione di cambiare una delle cose di me che mi tengono ancorata e salda a questa vita, comunque vada e qualsiasi cosa accada.
Perché l’entusiasmo vince sempre su tutto, e tutto quello che ci succede, attraverso le nostre mani, può diventare un punto di colore contro il nero che ci circonda.

E poi, come diceva Frida Khalo, “che farei io senza l’assurdo?”.

Regola#349sepotessitornareindietroconlatestadioggi…

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SE POTESSI TORNARE INDIETRO CON LA TESTA DI OGGI…

“Zia, ma tu ce l’avevi un diario segreto alla mia età?”
Giulia mi sta fissando con una curiosità pura e sincera, e nei suoi nove anni di energia non si rende minimamente conto di quello che ha appena scatenato con questa frase.
“Si. Credo di sì. Ma è passato tanto tempo ormai; dai, adesso dormi”.
Le sfioro la fronte con un bacio e spengo la luce. Ma invece di mettermi a dormire, come facciamo sempre nei nostri sabato sera zia/nipote, aspetto che il suo respiro diventi pesante, sguscio fuori dalle coperte e corro in garage.
Quella sua domanda mi ha acceso una bramosia incredibile, e già so che non potrò prendere sonno fino a quando non avrò trovato il mio vecchio diario segreto.

Cerco per qualche minuto fino a quando, sepolto sotto vecchi diplomi, pagelle delle elementari e cartoline estive – con tanto di francobollo e dedica, una rarità! –  vedo la copertina azzurra che per tanto tempo ha racchiuso tutti i segreti della mia vita.
Eccolo qui, il mio adorato diario.
Salgo in salotto, mi siedo sul divano e apro la prima pagina, come se tra le mani tenessi un tesoro inestimabile e sconosciuto, e non la mia vita raccontata ad un destinatario immaginario.
Leggo le prime righe, e mi sembra di essere tornata esattamente quella ragazzina lì, con lo stesso entusiasmo, la stessa certezza, la stessa fortissima sensazione che quello che stavo scrivendo si sarebbe avverato davvero.
Una ragazzina che tuttavia mi ero dimenticata di essere stata.

E c’è una frase che più di tutte mi colpisce come un secchio d’acqua gelata lungo la schiena, una frase che ho scritto in stampatello il 31 Luglio 1989: IO DIVENTERO’ UN’ATTRICE!!!
Attrice. A 13 anni avevo l’assoluta certezza che sarei diventata un’attrice, non l’insegnante o la scrittrice, come ho sempre pensato, ma l’attrice.

Non capisco perché, ma leggere quella frase getta un’ombra di stupidità su tutte le pagine successive, che passo svogliatamente una dopo l’altra sentendomi una ragazzina sfigata e completamente avulsa dalla realtà.
Chiudo il diario provando un incredibile senso di vergogna, forte e sgradevole come una nausea improvvisa.
Raggiungo mia nipote sotto le coperte, ma non riesco a dormire perché continuo a pensare a quella ragazzina, e vorrei poter chiudere gli occhi e tornare indietro, ma con la testa di adesso, per poterla mettere a riparo da tutti le delusioni che, pagina dopo pagina, si sta inconsapevolmente preparando a vivere.
Vorrei farle capire che delle persone non ci si deve fidare troppo, perché saranno molto pochi quelli che non la deluderanno e dei tanti amici di cui scrive se ne ritroverà accanto si e no soltanto un paio.
Vorrei insegnarle a saper riconoscere gli stronzi e stare lontana dai figli di puttana, vorrei spiegarle che l’amore vero che scrive di desiderare in realtà non esiste se non nel modo in cui lo riusciamo a reinventare di volta in volta con la persona che abbiamo a fianco.
Vorrei supplicarla di fare altre scelte, evitare certi errori, risparmiarsi valangate di lacrime.
Vorrei le fosse chiaro che nella vita non possiamo scegliere cosa diventare, e che la realtà ci mette poco a darti una pedata sul culo, buttarti giù dal palco e metterti dietro ad una scrivania, perché l’affitto alla fine del mese non te lo pagano i sogni, e tanto meno le ambizioni.
Vorrei regalarle la possibilità di vivere tutto di nuovo, ma usando la testa che ho adesso.

Mi addormento con in bocca il sapore aspro e schifoso delle occasioni mancate, fermo in gola come uno sputo che mi vergogno a fare.

Il mattino dopo è Giulia a svegliarmi, tutta elettrizzata perché nel pomeriggio avrà il saggio di ginnastica artistica.
Ha fretta di andare a casa a farsi truccare per l’esibizione, ha fretta di indossare il body nero e fucsia, ha fretta di mettersi al trampolino per conquistare una medaglia.
Mentre la guardo saltellare da una stanza all’altra, penso che potrei fare con lei quello che non posso più fare a me stessa: metterla in guardia dalla vita, dalle delusioni, dagli amori sbagliati.
Dai sogni irraggiungibili.
Ed invece è lei a darmi la lezione più importante.

“Oggi vinco una medaglia zia, me lo sento”.

E mentre lo dice, è lei la vera adulta tra noi due, ed è un’adulta bellissima.
Perché ha un sogno, e ci crede.

Capisco in quell’istante che non era la me ragazzina che sbagliava a sognare, ma è la donna che sono oggi che deve rammaricarsi per non averci creduto e non averci provato abbastanza, rinunciando troppo presto e facendo della vita un capro espiatorio per tutti i sogni mancati.
Ma sono ancora in ballo; e allora, uso le armi in mio possesso per recuperare il tempo perduto: la testa che ho adesso e i sogni che cullavo da bambina.
Forse è proprio questa congiunzione rarissima e unica tra consapevolezza e sogno, fra quotidianità e aspirazione che può rappresentare la svolta determinante.
Chissà.
Nel frattempo, Giulia ha fatto la sua gara alle Nazionali di Ginnastica Artistica, conquistando la medaglia d’argento al mini trampolino, e mi ha confidato anche una frase segretissima che ha scritto sul suo diario.

“Diventerò campionessa olimpica”.