Regola#340esefossinatoincoordinategeografichediverse?

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E SE FOSSI NATO IN COORDINATE GEOGRAFICHE DIVERSE?

Mi chiamo Wendy, anche se quando scrivo le mie regole divento Eustachia BonTon.
Sono nata il 9 agosto 1976 – pochi giorni dopo la vittoria italiana della Coppa Davis – in un ospedale dove oggi non si nasce manco più perché il reparto è stato chiuso.
Vivo in una piccola casettina gialla che finirò di pagare fra 23 anni.
Le coordinate di tutta la mia vita sono sempre state queste:
45.406435 di latitudine 11.876761 di longitudine.
Sono italiana.

Sono un’insegnante di storia e filosofia, ma l’ho fatto per poco tempo perché non potevo permettermi una vita da precaria, sicché adesso faccio un lavoro di tipo amministrativo, stressante ma ben retribuito, che a volte magari non mi piace ma che puntualmente a fine mese mi fa pagare il mutuo.
Eppure adoravo così tanto insegnare filosofia, ho sempre pensato che avrei potuto cambiare il mondo anche soltanto cambiando la vita di un mio studente attraverso la filosofia.

Ho una macchina (che tengo male), due smartphone (anche se uno aziendale), un armadio che a volte mi dimentico cosa ci sia dentro da quanti vestiti ho (e quasi tutti neri).
Vado in palestra tre volte a settimana (in realtà sono corsi di fitness, e in realtà ho cominciato due giorni fa).
Ho due televisioni che non accendo quasi mai, un computer portatile, diverse radio.

Ho incontrato l’amore della mia vita da quasi un anno, e me lo sto vivendo a braccia spalancate e con gli occhi pieni di lui.
Non ho bambini, ma una nipotina che adoro e che mi riempie con la sua allegria e un entusiasmo così spensierato da risultare contagioso.
(Quando vedo un abito da sposa, tuttavia, non posso evitare di immaginarmelo addosso e fare gli occhi lucidi, è più forte di me!)

In frigo non manca niente, anzi, sono talmente sbadata che qualche volta tocca buttare pure qualcosa perché è andato a male; se solo mi mettessi d’impegno e imparassi a fare qualche dolce, magari eviterei questi sprechi inutili.

I miei genitori stanno bene, grazie.
Vivono a 3 chilometri da casa mia, ma non li vedo quasi mai.

Quando mi guardo allo specchio prima di andare a letto, mi sorrido perché dicono porti bene.
A vedermi da fuori, sembro una donna bella, pulita e buona; dentro di me, ho mille pensieri che si agitano come mulinelli di polvere nel deserto, e li tengo a bada solo quando realizzo che  – grazie a Dio – sono viva, sto bene, e non devo perdere la speranza.
Ma l’ultimo, ultimo, ultimo pensiero che faccio prima di chiudere gli occhi, in realtà è un altro: e se fossi nata in coordinate geografiche diverse?

Mi chiamo Amal, che in arabo vuol dire speranza, aspettativa, ispirazione, e si scrive così أمل
Sono nata il 9 Agosto 1976 – anno in cui il mio Paese intervenne nella guerra civile libanese contro Israele –  in un ospedale che oggi non c’è più perché è stato distrutto dai bombardamenti iniziati nel 2011.
Vivo in un prefabriccato bianco e grigio nel campo profughi di Zaatari, a nord della Giordania, anche se una volta – che poi era soltanto un anno fa, ma mi sembrano passati secoli – avevo in una casetta tutta mia.
Le coordinate di tutta la mia vita sono sempre state e sempre saranno queste, anche se potrei non tornare mai più nel mio Paese:
34.802075 di latitudine 38.996815 di longitudine.
Sono siriana.

Sono un’insegnante di storia e filosofia, e fino a tre anni fa insegnavo nel liceo della mia città, Aleppo.
Ora il mio liceo non c’è più; anche Aleppo sta scomparendo.
Qui a Zaatari non ci sono licei veri e propri, ma  sono state costruite diverse scuole per garantire uno pseudo percorso scolastico ai nostri figli della guerra. Io non insegno filosofia, ma mi occupo dei ragazzini piccoli che hanno difficoltà a concentrarsi perché la notte non dormono.
Ancora troppo forte il rimbombo degli scoppi nei loro orecchi; ancora troppo vivo il rosso del sangue che hanno visto, senza sapere se fosse il loro o quello della loro madre, del padre, della sorella.
Eppure adoravo così tanto insegnare filosofia; quanta gente potrebbe cambiare in meglio se solo studiasse filosofia!

Non ho (più) una macchina, ho uno smartphone (che uso pochissimo), e in una parte del prefabbricato tengo i pochi vestiti che mi hanno consegnato i volontari del Norwegian Refugee Council; sono loro a distribuire i beni di prima necessità non alimentari, ma per entrare mi devono fotografare l’occhio per il riconoscimento oculare, e questa cosa da Mission Impossible mi infastidisce troppo.
Preferisco arrangiarmi con i vestiti che ho già, e andare a ritirare soltanto il sussidio mensile.
Di quello abbiamo bisogno.

Mi piaceva giocare a tennis, fino ad un anno fa; oggi mi vergogno quasi mentre penso al tempo che trascorrevo con la racchetta in mano.
Non abbiamo radio, né televisori.
L’elettricità arriva solo di sera, ma io la luce non l’accendo quasi mai perché ho iniziato ad amare quella delle candele: illumina solo i nostri volti e lascia nell’ombra il dolore che ci circonda.

Ho incontrato l’amore della mia vita quindici anni fa, poco prima della laurea, e me lo sto vivendo a braccia spalancate e con gli occhi pieni di lui, oggi come allora.
Ho tre figli, anche se di baci della buonanotte posso darne soltanto uno.
Aamir ha quasi 18 anni, e sta combattendo per difendere il nostro Paese.
Aalia di anni ne ha quattro, e spero ritrovi un giorno l’allegria e l’entusiasmo che ha lasciato in Siria, sotto le macerie della nostra casa, assieme alla vita di sua sorella Asiya, che di anni ne ha sei.
E ne avrà per sempre sei.

(Qualche volta, per non pensare a lei e sentirmi soffocare dal dolore, vado a passeggiare lungo gli Sham Elysees, e mi fermo davanti al negozio di abiti da sposa. Gli occhi mi si fanno lucidi al solo pensiero che esista un negozio come questo, in questo campo profughi abitato da 80 mila siriani come me e diventato una città. E allora piango perchè la vita continua nonostante tutto, e fingo che quelle lacrime non siano per la mia bambina rimasta sepolta là sotto).

Un frigo non ce l’abbiamo, tanto il cibo che ci garantisce l’Onu lo si mangia subito, non c’è granché da conservare.
Una delle cose che mi manca di più della mia vita di prima, è proprio la sensazione di aprire il frigo e scegliere le uova per preparare un dolce ai ragazzi; mi aiutava Asiya, di solito.
Quanto mi manca il suo musetto sporco di farina.
Quanto mi manca.

I miei genitori sono rimasti ad Aleppo. Papà non ne vuole sapere di andare via da lì, e se ne sta tutto il giorno in casa aspettando che la guerra finisca e che noi si ritorni da loro.
Crede ancora che un giorno sarà tutto finito, e che tornerà ad alzare la serranda della sua farmacia.
Quanto mi manca il rumore della serranda che si apriva, e io ancora a dormire nel lettone dei miei nell’appartamento di sopra.
Quanto mi manca sentirmi al sicuro.

Quando mi guardo allo specchio prima di andare a letto, mi sorrido perché è un’abitudine che ho da ragazzina, e non voglio smettere di farlo nemmeno qui, prigioniera in uno stato di non esistenza civile.
A vedermi da fuori, sembro una donna bella, pulita e buona; dentro di me, ho mille pensieri che si agitano come i mulinelli di polvere che passano lungo queste strade, e li tengo a bada solo quando realizzo che  – Inshallah – sono viva, sto bene, e non devo perdere la speranza.

Ma l’ultimo, ultimo, ultimo pensiero che faccio prima di chiudere gli occhi, in realtà è un altro: e se fossi nata in coordinate geografiche diverse?

 

Regola#339appassionatipernonappassire

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APPASSIONATI PER NON APPASSIRE

Amalia Liana Negretti degli Odescalchi in Cambiasi è un nome vero, anche se così aristocratico e complesso da sembrare inventato.
Inventato era tuttavia lo pseudonimo che a questa donna – realmente esistita nel diciannovesimo secolo – assegnò Gabriele d’Annunzio, che scelse per lei un nome d’arte all’interno del quale ci fosse la parola “ala”.

Liala.

Ma prima di diventare Liala, Amalia è stata una moglie, una mamma, una donna che ha deciso – in un’epoca in cui erano decisioni inconcepibili – di separarsi da un uomo che la rendeva infelice, e inseguire il sogno del vero amore, che ha incontrato negli occhi del marchese Vittorio Centurione dei Principi Scotto, ufficiale della regia aeronautica.
Il loro è stato un amore totalizzante, avvincente, di quelli che ti lasciano senza fiato ma tanto non importa perchè respiri dalla stessa pancia sua.
Un amore che faceva di Amalia un essere in pienezza e armonia con se stessa e l’universo che li circondava.

Fino ad un giorno del 1926, quando Vittorio morì precipitando con il suo idrovolante nel lago di Varese.
Quel giorno Amalia dovette scegliere tra due strade.
Appassire di fronte a tanto dolore, o appassionarsi di qualcosa che potesse anche non avere le mani, le labbra, gli occhi, il calore, il fiato, l’assoluta perdizione e felicità del suo marchese.
Amalia scelse la seconda strada, Amalia scelse di appassionarsi, e cercò dentro se stessa un motivo per iniziare ogni giorno con rinnovata speranza ed inesauribile entusiasmo.
E dentro se stessa trovò il talento della scrittura; così cominciò a scrivere, e nel 1931 uscì il suo primo romanzo, Signorsì.
Amalia divenne per tutti Liala, e non c’è una signora vissuta in quegli anni che non abbia sognato leggendo almeno uno dei suoi romanzi d’appendice.

Nella stessa posizione di Amalia mi sono trovata anche io.
Anche io ho vissuto giorni in cui mi è sembrato di aver perso tutto.
Anche io ho provato la chiara sensazione di non avere più nessuno che si prendesse cura di me, anche io mi sono sentita una pianticella destinata ad appassire perché pareva nessuno si rendesse conto che necessitavo d’acqua.
E anche io ho scelto di appassionarmi, perché di appassire non avevo alcuna voglia.

C’è stata la volta in cui mi sono appassionata alle parole, e ho iniziato a leggere tutti i libri che incontravo.
Un’altra, mi sono dedicata al teatro, e ho messo su una compagnia tutta mia.
Un’altra ancora ho deciso che avevo bisogno degli altri, e mi son messa a fare volontariato con i bambini del mio quartiere per non sprecare l’amore che mi spandeva da dentro.

Mi sono appassionata per non appassire.

Devi farlo anche tu.
Non appena senti di trovarti in quello stesso bivio di Amalia – per amore per odio a causa del lavoro a causa dei legami che non ti sanno stare accanto – guarda dentro te stessa, e scegli di appassionarti.

La mia amica Antonella, per esempio, oltre ad avere un’enorme cultura e una grande curiosità per il mondo e una capacità incredibile di ricominciare daccapo e la risata più calorosa e musicale che conosco, ama disegnare, archiviare, mettere in fila le cose e i pensieri.
E allora una volta si è appassionata alla botanica, e ha iniziato a studiare e disegnare le foglie spontanee degli alberi della sua Firenze.
Quando si è resa conto che a camminare per le strade della sua amata città le foglie che incontrava le riconosceva tutte, si è appassionata proprio ai libri di Liala, ma non solo per amor di letteratura, visto che i libri li aveva già letti tutti sin da ragazzina, ma con un quid in più, con un qualcosa di ancor più particolare ed interessante e originale e anche un pochettino pazzo, se vogliamo.
Si è appassionata agli abiti che nei libri Liala amava tanto descrivere, dando a quelle parole forma e colori.
La mia amica Antonella ha 4 album di disegni bellissimi che illustrano tutti gli abiti inventati e descritti da Liala.
La mia amica Antonella si è appassionata, ed è una delle donne più in fiore che io conosca, tanto che vorrei abitasse un po’ più vicino per poterla respirare più spesso.

La mia amica Antonella ha fatto dei suoi talenti la strada per non appassire.
E se l’ha fatto Amalia, l’ha fatto Antonella, e l’ho fatto pure io – tre donne che più diverse non potrei immaginare – allora puoi farlo anche tu.

Appassionati per non appassire, e vedrai sbocciare in te ogni giorno un fiore nuovo.
Foss’anche il fiore della Titanca – che sboccia una volta sola in cent’anni di vita.

Regola#338leinonsachisonoio

338

LEI NON SA CHI SONO IO

“Grazie, Pau, sei stato davvero gentile”.
“Grazie a te; ci si vede al concerto, allora”.

Riattacco, spengo il registratore, bevo un’intera bottiglietta d’acqua tutto d’un fiato, tiro un profondissimo respiro di sollievo e mi butto indietro con la schiena affossandomi nella poltrona.
Non riesco a smettere di sorridere.
Ho appena intervistato telefonicamente Paolo “Pau” Bruni, il cantande dei Negrita, alla vigilia dell’uscita de “L’Uomo sogna di volare” uno dei loro album più riusciti .

Febbraio 2005.
Lavoro per un ente di promozione culturale dedicato al mondo giovanile, che fra le varie attività pubblica mensilmente una rivista molto letta e apprezzata.
Il mese prima è uscito un mio pezzo che ha ottenuto un successo clamoroso, sicché il mio capo decide di affidarmene un altro.
Ma non un articolo qualsiasi: l’intera prima pagina del giornaletto dedicata, appunto, ai Negrita.

Mi preparo all’intervista per giorni; studio la biografia del gruppo, ascolto tutte le loro canzoni, cerco in rete curiosità e notizie.
Sento che per me è una grande occasione, e ho la precisa sensazione che quella della scrittura e del giornalismo potrebbe diventare una strada concreta.

Il giorno dell’intervista arrivo in ufficio con il batticuore.
Alessia e Camilla, le mie colleghe, si posizionano di fronte alla mia scrivania per assistere alla telefonata.
Nell’aria si respira l’atmosfera brillante e pizzicosa dei grandi eventi; mi sembra di fluttuare con la testa dentro un’immensa caramella Frizzy.

Alle 16.00 in punto, orario stabilito dal management, chiamo lo studio di registrazione.
E dopo pochi secondi sono al telefono con Paolo che, simpatico, divertente e disponibilissimo, risponde alle mie cinque domande, chiudendo l’intervista con un invito per me e le colleghe al loro prossimo concerto.

Passata l’euforia, mi metto al lavoro.
Cuffiette alle orecchie e dita sulla tastiera, trasformo la chiacchierata in un’intervista vera e propria.
Ci impiego più di due ore, ma il risultato è esattamente quello che speravo di ottenere.

Wendy Muraro.
Firmo il pezzo, ed invio l’articolo al mio capo, immaginando quello che proverò quando vedrò il magazine stampato e distribuito in tutta la città.
Nel frattempo, sono così felice che non posso evitare di dirlo a tutti.
Io e la mia maledettissima incapacità di stare zitta; io e la mia tendenza irrefrenabile di raccontare tutto a tutti, quando si tratta di me.

Arriva il fatidico giorno; arrivano in ufficio gli scatoloni carichi di magazine.
Apro il primo con una tale foga che quasi mi ferisco con il taglierino; ma la ferita più dolorosa la subisco non appena apro la copertina, leggo il titolo, e leggo il nome dell’autore.
Che non è il mio.
E non parlo di un refuso di stampa, tipo Wenda Murano o Guendi Murao.
Il nome è totalmente diverso; il nome è assolutamente un altro.

Chiamo il mio capo per capire come sia potuto accadere un errore così, e la risposta è talmente agghiacciante che mi vengono ancora i brividi.
Perché non si era trattato di un errore, anzi.
Il mio articolo era stato appositamente attribuito ad un’altra persona, e per la precisione una sua amica che aveva bisogno di pubblicare mensilmente per ottenere il patentino di giornalista pubblicista, e siccome quel mese non aveva scritto nulla, le era stato gentilmente regalato il mio pezzo.

Senza nemmeno avvisarmi.
Sento il nervoso salirmi al collo, e con la voce un po’ alterata chiedo al mio capo – che per la verità ha solo un paio d’anni più di me ed è stato messo a dirigere l’ente più per conoscenze che per curriculum –  come si sia permesso di fare una cosa del genere.

“Innanzitutto abbassa i toni. Ma lo sai chi sono io? E comunque, lei è più importante quindi va bene così”.
Ecco appunto. Prendi e porta a casa Wendy.

Sono resistita altre due settimane in quel posto, poi fortunatamente ho ricevuto una proposta molto più bella, e ho potuto mandare a fanculo il capetto e la sua amica ma  il senso di frustazione che mi è stato buttatto addosso quel giorno è durato – ahimè – molto, molto più tempo.
Non ho più voluto scrivere per moltissimo tempo.

C’ho impiegato 12 anni, 4 lavori e 338 regole per realizzare che “lei non sa chi sono io” è una frase da deboli, e che alla fine, in tutti questi anni ho ricevuto molto più di quello che quel giorno mi è stato tolto.
Ho ripreso a scrivere, ho ricominciato a credere nelle persone, ho continuato a credere in me e, soprattutto, ho realizzato che la materia di cui sono fatti i miei sogni sono solo io ad alimentarla, io e le persone che mi amano e spingono tra le mie scapole per costringermi a volare sempre più in alto.
E da sola.

Ce l’hai anche tu, quel punto tra le scapole che rappresenta l’attaccatura delle ali.
E non importa quante ingiustizie affronterai e quanti no incontrerai e quante persone ti strapperanno quello che è tuo e quante porte ti verranno sbattute in faccia e quanti curricola verranno cestinati prima ancora che tu abbia lasciato la stanza.
Non contano le disullusioni le delusioni i tranelli.

Contano solo la tua capacità di ricordare quel punto fra le scapole, la fede incrollabile che devi al tuo talento e la perseveranza.
Tieni a mente tutti i giorni questi tre aspetti di te, imparali a memoria, fanne i tuoi assi nella manica, e andrà sempre
Tutto Bene (L’Uomo Sogna di Volare – Negrita, 2005).

Regola#337fingitiunaghostbuster

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FINGITI UNA GHOSTBUSTER

C’ho un’amica innamorata.
Ebbene sì.
O meglio, c’ho un’amica che si sta innamorando.
Ah beh, si beh.
C’ho un’amica figa, ma figa proprio tanto, di quelle che la guardi da fuori e pensi wow, che bella tipa, questa sì che non ha bisogno di niente.
Questa si che si basta da sola.
Questa sì che ha tutti ai suoi piedi.
Poi ci parli, la conosci, le inizi a voler bene, e allora capisci che in amore siamo proprio tutte uguali, perché – che lo si voglia ammettere o no – ne abbiamo tutte una gran voglia, d’amore.

Anche questa mia amica qui.
Che pure lei ne ha passate di ogni, per cui adesso che ha incontrato una persona nuova, è felice ma anche no.
E’ felice, ma ha anche una fottutissima paura.

E già questo è sbagliato, perché non si dovrebbe avere paura di qualcosa che non si conosce ancora, e questa persona non la conosci ancora, amica mia, e se hai paura è per colpa di tutto quello che hai passato finora a causa di altri, ma lui non c’entra.

Lui è una persona nuova, per te.
E anche tu sei una persona nuova rispetto al passato, perché ogni storia che hai vissuto è stata come un viaggio che ti ha insegnato qualcosa.
Bello o brutto che sia stato, te da quel viaggio ne sei uscita cambiata.

Quindi amica ti devi liberare dagli spettri che urlano dentro la tua testa e ti fanno credere che questa storia potrebbe farti male.
Non ascoltarli, o meglio ancora, catturali.
Fingiti una ghostbuster, e ogni volta che ti viene in mente qualche fantasma del passato – persone, errori, situazioni – inizia a canticchiare e immagina di aspirare tutti gli spettri, e rimandarli indietro, perché è quello il loro posto.
Alle tue spalle.

Adesso c’è questa storia nuova.
Che se anche dovesse andare male, sai come cavartela da sola.
Ma se invece dovesse andare bene, ti ritroverai con il cuore talmente pieno di ali che neanche l’ Eros Ramazzotti dei tempi d’oro potrebbe descrivere meglio.

E allora, amica mia, goditela questa storia nuova.
Goditele le farfalle nello stomaco, visto che eri abituata a pensare allo stomaco solo quando ti toccava prendere del Malox.
Goditi le attenzioni, l’imbarazzo, il batticuore perché non sai se chiamarlo e la tensione perché aspetti che ti chiami lui.
Goditi le guance arrossate quando ti guarda, goditi l’indecisione perché non sai come vestirti prima di uscire con lui.

Goditi l’incertezza, e il gusto di vivere qualcosa che non puoi andare a leggere come finisce, perché il bello è il durante.
Il mentre.
Quello che è stato è solo un ectoplasma che hai imparato come far fuori.
Quello che sarà è un’incognita che – meravigliosamente – non ci è dato sapere.
Il presente è come una una tazza di caffè fumante che ti bevi, da sola, guardando un panorama mozzafiato.

E che inizi questo viaggio nuovo.

Regola#336pensavofosseamoreeinveceeraunavescica

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PENSAVO FOSSE AMORE E INVECE ERA UNA VESCICA

SCENA 1, ore 7
Scarponi, calzettoni, jeans corti (or ora ricavati da un vecchio paio di jeans lunghi), canottiera, reggiseno bombastico: sono pronta per la prima uscita in montagna da sola con il mio amore.
Già mi immagino la giornata: passeggiatina sciolta, teli stesi a bordo lago, un po’ si legge, un po’ si chiacchiera, un po’ si amoreggia.
Nello zaino non manca nulla: astuccio, libro, quaderno, acqua, teli, crema protezione solare, mascara lucidalabbra, mazzo di carte trevigiane, panini, fazzoletti; un po’ pesantino, ma per fare una passeggiatina sciolta posso farcela.
Partiamo di buon’ora, di buon umore e immersi in una buona giornata; gran belle premesse.
Arriviamo, parcheggiamo, iniziamo a camminare mano nella mano.
Come sono felice, innamorata e in armonia con la natura e l’universo intero.

SCENA 2, ore 10
“Amore, vuoi che torniamo giù?”
Lo guardo, e vorrei poterlo mandare a fanculo se solo avessi nei polmoni ossigeno a sufficienza per parlare.
Ho le guance in fiamme, la schiena madida di sudore, lo zaino madido del sudore della mia schiena; l’anca destra non mi regge più, l’inguine dal lato sinistro mi sta per esplodere.
Siamo in mezzo ad un sentiero, troppo lontani per guardare in basso e troppo bassi per guardare in alto.
La passeggiatina si è rivelata essere una scarpinata di due ore per raggiungere un Forte, con una pendenza tale che le tette mi stanno su anche senza reggiseno (che ho tolto per tentare di respirare più agevolmente, con scarsi risultati funzionali ed estetici).
Tento di concentrarmi su pensieri positivi per resistere ed arrivare alla meta, ma l’unica cosa cui riesco a pensare è che ho bisogno di acqua, ma l’acqua l’ho finita mezz’ora fa.

SCENA 3, ore 10.30
“Amore, vuoi darmi lo zaino?”
Faccio segno di no con le mani.
“Amore, dammi la mano che ti aiuto”.
Faccio segno di no con le mani.

SCENA 4, ore 11.00
“Amore…”
“Amore un cazzo!!! Ma dico io, vuoi uccidermi??? Da quanto tempo stiamo insieme? Otto mesi? E in questi otto mesi mi hai mai vista fare sport? Mi hai mai sentito dire che non vedo l’ora di andare ad ammazzarmi di fatica scalando una montagna?? NO!!! E sai perchè? Perché faccio già una vita difficile e perché faccio già un lavoro che mi stressa e perché sono in ferie e per ferie io intendo rilassarmi mica ammazzarmi di fatica!!! E comunque non voglio tornare giù voglio farcela da sola perché quando io mi fisso su qualcosa lo ottengo e comunque vaffanculo vaffanCULO VAFFANCUUUUULLOOOOOO!!!
Ho i lacrimoni che si uniscono alle gocce di sudore, e sono francamente ridicola.
Non so se far finta di svenire o di vomitare per farlo sentire in colpa, che poi – poveretto – proprio tutta colpa sua non è, visto che è la prima volta che fa questo sentiero e probabilmente nemmeno lui pensava fosse così faticoso.
Faticoso per me, ovviamente.

SCENA 5, ore 11.20
Siamo arrivati al Forte, allo stremo delle mie capacità.
Ho solo bisogno di bere dell’acqua fresca, che sicuramente sgorgherà da una fontanella nascosta qui da qualche parte.

SCENA 6, ore 11.25
Questo è probabilmente l’unico Forte di montagna privo di fontanelle.
Ci sdraiamo sull’erba, godendo del sole e del vento fresco che risana un po’ i miei muscoli.
Mio moroso ha fame, e senza ritegno si avventa sul panino e poi sui cioccolatini che hoevo amorevolmente comprato stamane prima di partire; se mangio un panino io senza poterci bere dietro un po’ d’acqua potrei morire soffocata, e non sarebbe un bel finale per la nostra prima uscita in montagna, quindi mi accontento di mangiare un po’ d’uva, estraendola sempre dal mio pesantissimo zaino.
Tuttavia questa breve sosta mi ristora: il corpo non mi fa più male, ed effettivamente la vista da quassù toglie il fiato.
Ok, lo ammetto, sono stata un po’ esagerata prima.
La montagna non è così male, e la soddisfazione personale per essere arrivata fin qia mi ritempra.
Ripartiamo che sono di nuovo felice, innamorata e in armonia con la natura.

Ma dura poco, perchè (SCENA 7, ore 13.30) scendendo ci concediamo pure una piccola selvaggia pausa di silvestre passione, ripresoci dalla quale ci guardiamo attorno, e ci rendiamo conto che ci siamo persi.
Uno negli occhi dell’altra? No.
Ci siamo geograficamente persi dentro al bosco, perché per cercare un’alcova sicura ci siamo spinti troppo in là.
Ecco allora che la discesa riprende tra filo spinato e mucche e ortiche e erba così alta da arrivarmi alle ascelle e alla fine vediamo in lontananza il sentiero e per il sollievo ci mettiamo a correre e io mi vedo come fosse la scena di un film mentre corro in rallenti con le gambe segnate dalle ortiche e i capelli al vento (tranne quelli attaccati alla fronte per il sudore) e le tette che ballano sotto alla canottiera bombastica, con lo zaino pieno di cose inutili e pesanti che sobbalza sulla schiena – sempre e ancora madida.
E mi vedo mentre sorridendo come un’ebete mi lancio per l’ultimo passo verso il sentiero, ma lo slancio l’ho calcolato male e finisco per  inciampare sulle mie stesse scarpe e cado arrotandomi davanti a mio moroso, bello e statico come un bronzo di Riace e senza una goccia di sudore e con il fiato perfettamente a posto.

SCENA 8, ore 15.00
Seduta per terra in mezzo al sentiero, con un ginocchio sbucciato e mio moroso a fianco che non riesce a smettere di ridere, sto piangendo con gli occhi e ridendo con la bocca, perché una scena così surreale non si può immaginare, figuriamoci viverla.

SCENA 9 (ultima), ore 16.00
Siamo finalmente seduti sui fottutissimi teli che ho tenuto nello zaino per tutto il giorno, e siamo finalmente di fronte ad un laghetto di montagna.
Ho tolto gli scarponi perché saranno anche bellissimi, ma quando li ho comprati c’erano solo di un numero inferiore al mio e io li ho voluti lo stesso e adesso ho due terribili vesciche sui talloni.

Intorno a noi famigliole che giocano a carte, bimbi che tentano di pescare, suore che passano con gonna lunga velo bianco e calze pesanti.
Antonio dorme vicino a me.
Io guardo il cielo, prendo il cellullare e tento di fare una foto artistica che però alla fine di artistico non ha nulla perché si vedono solo le mie ginocchia e i suoi piedi.
E intanto penso i pensieri semplici e rilassanti che si fanno in questi casi.

Che sia questo l’amore? Una camminata faticosa immersa in uno scenario naturale e incantevole che però non riesco a godermi perché le scarpe mi stanno strette e sul calcagno mi si è formata una vescica enorme che ad ogni passo mi viene da piangere?
È questo che diventiamo quando ci innamoriamo? Vesciche?

Forse sì, forse no. Ma finché non si perde la voglia di ridere, vale comunque la pena provarci.
Sempre.