Regola#362seitropparobaperentrareinunoschema

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SEI TROPPA ROBA PER ENTRARE IN UNO SCHEMA

“In effetti, tra qualche settimana saranno sei anni che stiamo insieme. Potremmo anche sposarci, che dici?”.
Nella sala crolla il silenzio.
Alzo gli occhi dal piatto, la forchetta sospesa di fronte alla mia bocca. Vedo tutti gli occhi puntati su di me, gli occhi di ogni membro della sua famiglia, qui riunita per la tradizionale cena del primo dell’anno, e tutti si aspettano che ora io mi metta a piangere dalla gioia esplodendo in un “sì” entusiasta.
E in effetti, mi metto davvero a piangere, ma perché l’ultima cosa che voglio è sposarmi, quest’anno, e con lui.
Lo fisso chiedendomi se mi stia prendendo per il culo, visto che oramai stiamo trascinando questa storia da mesi e siamo diventati due estranei seduti per caso alla stessa tavola. E lui lo sa benissimo.
“Dico di no”.
Poi, molto lentamente, consapevole che mi stanno guardando tutti con sorpresa e disprezzo, ingoio l’ultimo boccone di dolce rimasto sospeso sulla forchetta, mi pulisco le labbra, piego il tovagliolo per bene, lo poso educatamente di fianco al piatto, mi alzo, ed esco salutando e ringraziando tutti.
Non li avrei rivisti mai più.
Quel giorno ho rischiato di rimanere incastrata in uno schema, ma fortunatamente me ne sono resa conto in tempo, e ho scelto di non accettare un matrimonio che arrivava come alternativa alla separazione, come a dire “ormai sono tanti anni che stiamo assieme tanto vale sposarci per non buttare via tutto questo tempo e poi tutti i nostri amici si stanno sposando tanto vale farlo noi pure”.
Non che non lo volessi, il matrimonio, anzi, ho sempre sognato di sposarmi, fantasticando per ore sull’abito, la cerimonia, le bomboniere.
Ho pianto, immaginandomi stretta a ballare con il mio neo-marito sulle note di Di Sole e d’Azzurro.
Ma ho anche sempre pensato che prima ancora d’essere sposata perché tanto lo sono tutti, io voglio essere felice, e adesso sono felice perché l’unica fede che conta è quella nell’amore incondizionato che mi lega al mio ragazzo, e non la fede che non ho al dito.

“Non sono mai stato con una veneta, e non vedo l’ora di provare”.
Dapprima penso di avere capito male, dopotutto sono in Croazia e questa telefonata era l’ultima cosa che mi aspettassi in una giornata di vacanza come questa.
“Scriviamo tutto nero su bianco nel contratto: io ti garantisco due anni di conduzione – e ti assicuro che questa trasmissione rivoluzionerà il modo di fare calcio in tv, ne parleranno tutti – e tu in cambio mi garantisci la tua presenza al mio fianco, vieni a vivere da me, e sarai a tutti gli effetti la mia fidanzata. Finiti i due anni, sarà quel che sarà”.
Mi guardo attorno per tentare di capire se sia uno scherzo, o quantomeno per condividere la telefonata con qualcuno, ma i miei zii e il mio ragazzo di allora sono sotto l’ombrellone, e in questo scoglio di fronte all’isola di Cres sono sola. E sto parlando al telefono con il direttore di una pay-per-view molto nota a livello nazionale, e destinata da lì a qualche mese a diventare un colosso dell’intrattenimento via cavo. A quanto dice mi ha notata nelle trasmissioni televisive locali che conduco da qualche tempo, e vuole farmi fare un salto di qualità, una proposta cui non posso dir di no perché mi garantirebbe un futuro nel panorama televisivo di primo livello.
“Ci sono ragazze che pagherebbero, per essere al tuo posto. Che dici? Ti va?”.
“Anche no, grazie”.
E riattacco.
Ecco un altro tentativo di farmi incastrare da uno schema. Do-ut-des, e la fama è servita.
Ma per quel tipo di compromessi io non ci sono nata, e non perché io sia più o meno brava di altre/altri.
Semplicemente, le scorciatoie non mi sono mai interessate, in quel periodo la mia vita andava benissimo così, e io ho sempre preferito non dover ringraziare nessuno per quello che ho, tranne me stessa e le persone che hanno davvero avuto fiducia in me.

“Non hai voglia di avere una famiglia? Saremo perfetti insieme. Oramai hai quasi quarant’anni, e io sarei un ottimo papà. Ci conosciamo da anni, e non ti farei mancare nulla”.
Lo fisso negli occhi per tentare di capire se sia serio, e in effetti lo è.
Qualche settimana prima gli avrei riso in faccia, ma stasera sono malinconica, e in questa cena tra amici sono – siamo – gli unici a non avere marmocchi intorno.
E allora prima di rispondere, provo a riflettere.
Sono nata per essere mamma; a volte – quando tengo un bambino in braccio, specie se molto piccolo – mi rendo conto che le mie braccia sono fatte per questo, per stringere un bambino.
Voglio un bambino da sempre, e mi sono altrettanto sempre sentita un po’ più fallita del normale per non averne avuto.
E dopotutto, quel mio amico ha ragione. Lo conosco da tempo, è un bravo ragazzo e sicuramente avrei tutto quel che desidero, compreso un pancione da qui a qualche mese.
Ma mentre faccio questi pensieri, sento il fragore di un piatto sbattuto a terra seguito dalle grida di un marmocchio accompagnato dalle imprecazioni del padre e contornato dall’isteria della madre.
E il mio amico che inizia a snocciolare tutte le bestemmie che conosce perché un pezzo di pizza gli è piombato sui pantaloni color kaki, e non appena si rende conto di avermi ancora lì davanti chiude il siparietto uscendosene con una frase tipo: “Tu li sai smacchiare i pantaloni, vero femena? Allora, che dici?”.
“Dico di no. E comunque i pantaloni resteranno rovinati”.
E mi sposto.
Altra età, altra situazione, altro – tristissimo – schema.
Quello dell’ultimo treno che passa, ora-o-mai-più, lo ascolti o no il tuo orologio biologico?
Lo ascolto, certo che lo ascolto; ma ho sempre pensato che un figlio non lo vuoi: lo ricevi.
E se io finora non sono stata pronta per riceverlo, non è colpa di nessuno e tanto meno mia, e potrei anche non esserlo mai, ma questo non mi fa sentire meno donna o meno in grado di amare.
E soprattutto, non mi fa sentire meno in gamba semplicemente perché non ho seguito uno schema, anzi, perché io – perché tu – siamo troppa roba per entrare in uno schema.
Della mia vita vorrò si dica sempre che sono stata un disegno a mano libera.
A volte in bianco e nero, a volte monocolore, a volte fin troppo piena di sfumature.
Ma sempre e solo un disegno a mano libera.
La mia.

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