Regola#334accendilalampadinanellatuatesta

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ACCENDI LA LAMPADINA NELLA TUA TESTA

Sono accesa da 6 ore di fila.
Certo, non è la prima volta che resto accesa così tanto, ma non sono abituata alle ore piccole, e poi oggi è ferragosto, pensavo me ne sarei rimasta tranquilla appesa a questo lampadario senza dover far nulla.
Mi pareva d’aver capito che sarebbero usciti.
Pensavo lei avrebbe dormito da lui, invece stasera è rientrata alle 9, agitata come non l’avevo mai vista.

Ma forse è il caso che mi presenti, prima di andare avanti con questa storia.

Sono una lampadina, e da quasi due anni svolgo regolare servizio accesa/spenta per questa tizia qui, un po’ bizzarra, un po’ pazza, ma tutto sommato simpatica.
Sto collegata ad un lampadario in acciaio rosso che illumina la sua cucina, assieme ad altre due mie colleghe lampadine.
Io sono quella che sta al centro.

ll mio lavoro mi piace, anche perchè la tizia di giorno non c’è praticamente mai, e la sera di solito se non esce se ne sta in camera a leggere, o sul divano a guardare un film con un tipetto che dev’essere il suo ragazzo, quindi si avvale ben poco dei miei servizi.
Stasera però dev’essere successo qualcosa.
E’ entrata buttando la borsa sul divano, senza togliere lo sguardo dal cellullare.

La vedo che scrive, poi chiama, poi scrive di nuovo, camminando avanti e indietro per tutte le stanze.
Dopo un po’ lui deve aver risposto, e grazie al cielo perchè a guardarla mi stava venendo il mal di mare.
Parlano per un po’; lei è strana, troppo agitata.

Attacca il telefono. Da quello che ho capito lui stasera è fuori con gli amici, ma poi verrà a dormire qui.
La tizia si calma, si spoglia, fa la doccia, si prepara una tisana.
Poi mi spegne, finalmente.
Intuisco sia in camera, sempre con qualche libro in mano.

Ah, che bella la vista da quassù quando tutto è sereno e io posso rilassarmi e aspettare che arrivi domani, penso sollevata.
Ma dopo due ore, la casa si anima all’improvviso.

La tizia è ancora al telefono, sta gridando, è arrabbiata.
E’ quasi l’una di notte, lui dovrebbe essere in macchina per venire qui, ma – da quel che ho capito – c’è stato un cambio programma e tarderà parecchio. E la cosa sembra non dispiacergli per niente.
La tizia non ci sta.
Si arrabbia, si dispera.
Riattacca, prende tutte le cose che lui tiene a casa sua e le butta su una borsa.
Apre la porta, getta la borsa sulle scale del vialetto.
Poi la riprende, e la getta davanti alla porta di casa.
Poi la riprende, e la getta davanti al divano.
Confusa come pochi, questa tizia qui.
Però mi dispiace, vederla piangere così.
Ah, come vorrei poterle parlare per dirle di stare calma, come vorrei spiegarle che a volte le cose basta vederle da un altro punto di vista perchè ci sembrino differenti, meno imponenti, meno gravi, meno drammatiche.
Ma sono solo una lampadina, purtroppo.

Sono le tre di notte.
Lui deve averle appena scritto che sta arrivando.
La tizia è seduta al tavolo della cucina da due ore, sta scrivendo su un quaderno.
Piange e scrive.
A vederla mi fa una tale pena che penso d’aver avuto una gran botta di culo ad essere nata lampadina, perché gli essere umani sono troppo complicati, o forse semplicemente si complicano le cose da soli.
Posa la penna, chiude il quaderno, raccoglie le gambe sulla sedia e aspetta, con le dita che picchiettano sul tavolo.
Sento fin quassù l’energia negativa che sta accumulando, e vorrei avere una voce per poterle dire che sta sbagliando; se lo accoglie in questo stato, litigheranno di sicuro e non ne uscirà nulla di buono.
Deve calmarsi, perchè arrabbiarsi è inutile e non le fa niente bene.
Ma sopratutto, deve rendersi conto che arrabbiarsi prima, senza aver parlato con lui, è un’inutile e dispendiosa perdita di tempo ed energie.
Se solo avessi una voce per poterglielo dire…ma sono solo una lampadina, dopotutto.

Lui arriva, parcheggia e suona il campanello, e io penso: hai le chiavi di casa nello zaino, perché suoni il campanello alle 3.30 di notte?
E allora dillo che un po’ te le cerchi!

Lei apre, e parte la scena madre di tutte le liti.
Vorrei avere delle mani per tapparmi le orecchie, ma poi mi rendo conto che sono una lampadina e quindi manco ce le ho, le orecchie.

La tizia gli urla che è stanca, che lui non la fa sentire importante, che stasera aveva bisogno della sua presenza.
Lui apre il frigo, prende l’acqua, beve a canna.
“Vado a letto che sono stanco e mi fanno male le gambe”.
Apriti cielo.
Per fortuna si spostano in camera, e mi spengono.

Il giorno dopo li ritrovo che fanno colazione.
La tizia ha gli occhi gonfi, ma sorride.
Il tipo la abbraccia da dietro mentre lei sta preparando il caffè.
Parlano con calma, senza drammi, senza astio.
Ecco la loro arma vincente, oltre l’amore.
Si parlano.
Forse dopotutto non mi dispiacerebbe essere nata umana, perchè dev’essere proprio bello vivere una storia d’amore.

Li osservo mentre espongono ognuno il proprio punto di vista, sottolineando – senza cattiveria ma con sincerità – quello che dell’altro non hanno apprezzato, e ammettendo ognuno i propri sbagli.
Li ascolto con un filino di invidia mentre ammettono che avrebbero potuto agire diversamente, e che tutto allora sarebbe stato diverso.

Perchè per ogni cosa che fai, c’è sempre un altro modo in cui avresti potuto farla.
Per ogni tua reazione, ce ne sono altre mille che scegli di non seguire.
E per ogni punto di vista, c’è sempre il suo contrario.

E allora quando ti assale la rabbia, ti si annebbia la ragione e tutto quello che vorresti è scaricare il nervoso contro tutti, fingi per un momento di essere me.
Te che puoi, vivi anche per me.
E accendi la lampadina nella tua testa.

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