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Una sera ci siamo messe le scarpette con la punta: lei quelle che usavo alla sua età, io quelle che mi sono comprata qualche anno fa per poter ripetere i gesti – pieni di poesia – di toccare quei nastri rosa e girarli sulle caviglie.

CHE NE HAI FATTO I TUOI SOGNI NEL CASSETTO?

Partono gli strumenti.
Le prime immagini; ballerine sulle punte, Leroy che piroetta, studenti al pianoforte.
La facciata della scuola. School of the Arts.
Starring in Alphabetical Order.
Da Debbie Allen/Lydia Grant a Leroy Johnson/Gene Anthony Ray, passando per Bruno, Coco, il professor Shorofsky, Danny, Doris e la professoressa Sherwood.

Li ricordo ancora tutti, uno per uno, nomi veri e nomi dei personaggi, espressioni del viso e voci dei doppiatori.

“Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama; ma queste cose costano, ed è proprio qui che si comincia a pagare.
Col sudore”.

E’ esattamente in quelle parole che inizio a sognare.
E non ho mai smesso, puntata dopo puntata.
Ho sognato così tanto guardando Saranno Famosi che qualche volta faticavo a distinguere quale fosse la mia realtà; e questa confusione mi piaceva, perché rendeva i miei sogni realizzabili. Vicini. Certi.

Così certi che non riesco a capire dove siano finiti, oggi, i miei sogni nel cassetto.
Che fine hanno fatto?
Che ne abbiamo fatto dei nostri sogni?
Te lo dico io.

Li abbiamo persi.
Abbiamo perso i nostri sogni per educazione, perché ci hanno insegnato che crescendo sognare non si fa più, è una cosa da bambine piccole e noi ormai siamo grandi e dobbiamo pensare i pensieri dei grandi.

Abbiamo perso i nostri sogni nelle centinaia di curricola portati in giro con il cuore in mano, la speranza negli occhi e la paura di non sembrare mai la persona giusta per qualcosa.
Li abbiamo persi nelle storie d’amore finite troppo presto, o durate troppo a lungo, o mai decollate veramente, o trascurate troppo, o mai davvero sentite nostre.
Abbiamo perso i nostri sogni nelle storie che stiamo portando avanti senza convinzione, senza passione, senza futuro. Senza amore.

Li abbiamo persi nelle responsabilità che ci siamo prese o ci hanno buttato sulle spalle; li abbiamo persi quando siamo entrate nel ruolo di mogli e mamme e professioniste che devono lasciare i sogni a chi ha tempo per poterli vivere.
Noi, che riusciamo a moltiplicare il tempo per fare tutto senza farlo notare a nessuno, quasi in punta di piedi per non disturbare.

Abbiamo perso i nostri sogni perché ci siamo messe paura che fossero anche i sogni di qualcun altro, perché ci siamo chieste se fosse davvero lecito sognare così, perché ci siamo fermate a pensare se, di sognare quel sogno lì, ne avessimo in fondo davvero diritto.
E intanto qualcuno molto meno premuroso di noi ci sgambettava da dietro e ce lo rubava senza tanto riguardo, il nostro sogno.

Li abbiamo persi perché ci hanno spiegato che sognare – ad un certo punto e ad una certa età e in un certo contesto – potesse essere sbagliato.
Ci hanno convinte che sognare fosse una mancanza di rispetto nei confronti di chi non sapeva farlo.

E ci abbiamo creduto.
Ma adesso basta.

Riapri il tuo cassetto.
Rimetticeli dentro tutti, i tuoi sogni, uno per uno.

Ricordati che non si manca di rispetto ad un sogno quando non si riesce a realizzarlo, ma solo quando si smette di crederci.
Perché smettere di credere in un sogno significa smettere di credere in te, e nella tua capacità di poter fare qualsiasi cosa.

Ricomincia a sognare i tuoi sogni di bambina, o trova altri sogni da fare tuoi.
Tuoi soltanto.
Anche se sei una moglie e una mamma, anzi, a maggior ragione devi ricominciare a sognare, perché è proprio uno dei gesti d’amore più eterni che puoi fare per i tuoi figli; vedere i sogni nei tuoi occhi aiuterà anche loro a sognare.
Portali nei tuoi sogni; racconta loro com’eri tu quando il tuo sogno lo coccolavi e curavi e proteggevi e coltivavi tutti i giorni.

Io l’ho fatto con Giulia, la mia nipotina.
Una sera ci siamo messe le scarpette con la punta: lei quelle che usavo alla sua età, io quelle che mi sono comprata qualche anno fa per poter ripetere i gesti – pieni di poesia – di toccare quei nastri rosa e girarli sulle caviglie.
Abbiamo ballato tutta la sera, ridendo come matte.
Poi siamo andate e dormire.
“Io lo so cosa voglio fare da grande, Guendi”.
“Cosa, fagiolo?”
“La ginnasta. O la parrucchiera”.
Lo dice piena della sicurezza e della determinazione che mai avrei pensato potesse avere una bambina di dieci anni.
Ma che in fondo era la stessa che avevo io alla sua età.

E che avevi anche tu.
Il mio sogno era fare la ballerina, e allora ogni tanto indosso le scarpette e mi metto a fare arabesque in giro per casa, anche se sono sgraziata e scomposta e ho lo stesso equilibrio di quando andavo in bicicletta con le borse piene di spesa; ma sono felice, perché quello era il mio sogno nel cassetto, e io ci credo ancora.

E credendo in lui, credo nella me che sono oggi.
Fallo anche tu.
Ritrova i tuoi sogni, e ritrova in quei sogni la voglia e la forza e l’entusiasmo per inseguire tutto quello che sai ti appartiene.
E che deve tornare ad essere tuo.
Partendo dalla vera felicità.

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