Regola#338leinonsachisonoio

338

LEI NON SA CHI SONO IO

“Grazie, Pau, sei stato davvero gentile”.
“Grazie a te; ci si vede al concerto, allora”.

Riattacco, spengo il registratore, bevo un’intera bottiglietta d’acqua tutto d’un fiato, tiro un profondissimo respiro di sollievo e mi butto indietro con la schiena affossandomi nella poltrona.
Non riesco a smettere di sorridere.
Ho appena intervistato telefonicamente Paolo “Pau” Bruni, il cantande dei Negrita, alla vigilia dell’uscita de “L’Uomo sogna di volare” uno dei loro album più riusciti .

Febbraio 2005.
Lavoro per un ente di promozione culturale dedicato al mondo giovanile, che fra le varie attività pubblica mensilmente una rivista molto letta e apprezzata.
Il mese prima è uscito un mio pezzo che ha ottenuto un successo clamoroso, sicché il mio capo decide di affidarmene un altro.
Ma non un articolo qualsiasi: l’intera prima pagina del giornaletto dedicata, appunto, ai Negrita.

Mi preparo all’intervista per giorni; studio la biografia del gruppo, ascolto tutte le loro canzoni, cerco in rete curiosità e notizie.
Sento che per me è una grande occasione, e ho la precisa sensazione che quella della scrittura e del giornalismo potrebbe diventare una strada concreta.

Il giorno dell’intervista arrivo in ufficio con il batticuore.
Alessia e Camilla, le mie colleghe, si posizionano di fronte alla mia scrivania per assistere alla telefonata.
Nell’aria si respira l’atmosfera brillante e pizzicosa dei grandi eventi; mi sembra di fluttuare con la testa dentro un’immensa caramella Frizzy.

Alle 16.00 in punto, orario stabilito dal management, chiamo lo studio di registrazione.
E dopo pochi secondi sono al telefono con Paolo che, simpatico, divertente e disponibilissimo, risponde alle mie cinque domande, chiudendo l’intervista con un invito per me e le colleghe al loro prossimo concerto.

Passata l’euforia, mi metto al lavoro.
Cuffiette alle orecchie e dita sulla tastiera, trasformo la chiacchierata in un’intervista vera e propria.
Ci impiego più di due ore, ma il risultato è esattamente quello che speravo di ottenere.

Wendy Muraro.
Firmo il pezzo, ed invio l’articolo al mio capo, immaginando quello che proverò quando vedrò il magazine stampato e distribuito in tutta la città.
Nel frattempo, sono così felice che non posso evitare di dirlo a tutti.
Io e la mia maledettissima incapacità di stare zitta; io e la mia tendenza irrefrenabile di raccontare tutto a tutti, quando si tratta di me.

Arriva il fatidico giorno; arrivano in ufficio gli scatoloni carichi di magazine.
Apro il primo con una tale foga che quasi mi ferisco con il taglierino; ma la ferita più dolorosa la subisco non appena apro la copertina, leggo il titolo, e leggo il nome dell’autore.
Che non è il mio.
E non parlo di un refuso di stampa, tipo Wenda Murano o Guendi Murao.
Il nome è totalmente diverso; il nome è assolutamente un altro.

Chiamo il mio capo per capire come sia potuto accadere un errore così, e la risposta è talmente agghiacciante che mi vengono ancora i brividi.
Perché non si era trattato di un errore, anzi.
Il mio articolo era stato appositamente attribuito ad un’altra persona, e per la precisione una sua amica che aveva bisogno di pubblicare mensilmente per ottenere il patentino di giornalista pubblicista, e siccome quel mese non aveva scritto nulla, le era stato gentilmente regalato il mio pezzo.

Senza nemmeno avvisarmi.
Sento il nervoso salirmi al collo, e con la voce un po’ alterata chiedo al mio capo – che per la verità ha solo un paio d’anni più di me ed è stato messo a dirigere l’ente più per conoscenze che per curriculum –  come si sia permesso di fare una cosa del genere.

“Innanzitutto abbassa i toni. Ma lo sai chi sono io? E comunque, lei è più importante quindi va bene così”.
Ecco appunto. Prendi e porta a casa Wendy.

Sono resistita altre due settimane in quel posto, poi fortunatamente ho ricevuto una proposta molto più bella, e ho potuto mandare a fanculo il capetto e la sua amica ma  il senso di frustazione che mi è stato buttatto addosso quel giorno è durato – ahimè – molto, molto più tempo.
Non ho più voluto scrivere per moltissimo tempo.

C’ho impiegato 12 anni, 4 lavori e 338 regole per realizzare che “lei non sa chi sono io” è una frase da deboli, e che alla fine, in tutti questi anni ho ricevuto molto più di quello che quel giorno mi è stato tolto.
Ho ripreso a scrivere, ho ricominciato a credere nelle persone, ho continuato a credere in me e, soprattutto, ho realizzato che la materia di cui sono fatti i miei sogni sono solo io ad alimentarla, io e le persone che mi amano e spingono tra le mie scapole per costringermi a volare sempre più in alto.
E da sola.

Ce l’hai anche tu, quel punto tra le scapole che rappresenta l’attaccatura delle ali.
E non importa quante ingiustizie affronterai e quanti no incontrerai e quante persone ti strapperanno quello che è tuo e quante porte ti verranno sbattute in faccia e quanti curricola verranno cestinati prima ancora che tu abbia lasciato la stanza.
Non contano le disullusioni le delusioni i tranelli.

Contano solo la tua capacità di ricordare quel punto fra le scapole, la fede incrollabile che devi al tuo talento e la perseveranza.
Tieni a mente tutti i giorni questi tre aspetti di te, imparali a memoria, fanne i tuoi assi nella manica, e andrà sempre
Tutto Bene (L’Uomo Sogna di Volare – Negrita, 2005).

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