Regola#323ilcercatoredoro

323

IL CERCATORE D’ORO

C’era una volta un cercatore d’oro.
Era un omino buono, con due grandi occhi scuri pieni d’un sogno soltanto: trovare l’oro.
C’era nato, con quell’indole.
Sentiva che trovare l’oro era il suo destino, la sua vocazione, quello che giustificava la sua esistenza.
E allora era cresciuto sempre e solo con quell’unico pensiero in testa, e aveva tanto immaginato la sensazione di tenere la pepita-della-vita fra le mani, che riusciva anche a descriverla nei minimi particolari.
Chiudeva gli occhi, allungava il braccio, tendeva il palmo verso il cielo, e sentiva sulla pelle il peso, la durezza, la freddezza, la consistenza che avrebbe avuto la pepita-della-vita quando finalmente l’avrebbe trovata.

Ma nonostante il tempo che passava con la schiena curva verso il fiume, nonostante l’impegno e la pazienza e la caparbietà; nonostante le delusioni e le ricerche andate male e le mani screpolate e i polpastrelli ruvidi e callosi a forza di setacciare la sabbia, la pepita-della-vita tardava ad farsi trovare.
Il cercatore d’oro passava i giorni tentando di sorridere comunque; a volte la nostalgia prendeva il sopravvento, e allora si lasciava andare a lunghe ore di solitudine e tristezza.
Ma c’erano anche dei momenti buoni, quando magari sentiva raccontare di qualcuno che la pepita-della-vita l’aveva scovata davvero, e allora la certezza che esiste, che l’oro esiste, gli pervadeva il cuore e gli scaldava i polpastrelli e la speranza che un giorno quella fortuna sarebbe toccata anche a lui lo faceva addormentare col sorriso sulle labbra e gli occhi agitati di promesse.

Finchè un giorno, la promessi si compì.
Tra sassi e fango e acqua sporca e sabbia, il setaccio restituì al cercatore d’oro una pietra lucente, pesante, compatta, e del colore caldo e brillante dell’oro.
L’aveva trovata.
Aveva tra le mani la pepita-della-vita.
E sarà stato perché l’aspettava da oramai così tanto tempo che si era dimenticato di esistere lui per primo, sarà perché quando desideri tanto una cosa e poi la tieni fra le mani, ti prende il terrore che quella cosa possa non essere vera, sarà che le lacrime gli riempivano gli occhi che tutto intorno sembrava sfuocato, il cercatore d’oro mise la pepita-della-vita al sicuro in tasca, e prima ancora di portarla a farla valutare, corse a dirlo a tutti.

Agli amici. Ai conoscenti. Agli estranei.
A quelli che sapevano quanto quella pepita contasse per lui, e a quelli che non l’avevano mai incontrato prima.
A quelli che sapevano condividere la sua esaltazione, e a quelli che – per quella stessa esaltazione – non potevo che odiarlo colmi d’invidia.

Lo diceva a tutti, spandendo gioia e allegria.
Mostrava la pepita pieno d’orgoglio, e camminava sfiorando appena il suolo, tanto si sentiva leggero e felice.

Eccola la felicità, diceva a tutti.
Esiste, e io l’ho trovata perché ho trovato l’oro.

Dopo qualche tempo, si decise che era giunto il momento di far valutare la sua pepita.
Andò da un esperto, trasse dalla tasca il suo tesoro, lo affidò nelle mani di quello sconosciuto che in pochi attimi squarciò via tutto il buono di quei giorni passati.

“Questo non è oro. Questa è pirite di ferro”.
Pirite di ferro, detta anche l’oro degli stolti data la fortissima somiglianza con l’oro vero.

Il volto del cercatore divenne pallido. Gli occhi si velarono di una nebbia grigia che – in seguito – non seppe togliersi mai più.
Si era sbagliato.
Era così tanta la voglia di trovare l’oro, che si era confuso.
Si era lasciato abbagliare.

Dicono che da quel giorno l’omino buono smise i panni del cercatore, e decise di mettersi in viaggio.
Villaggio dopo villaggio, passava le sue giornate ad incontrare gente nuova, raccontando a tutti la sua storia, senza il timore di passare per stolto.
Senza vergogna, ma con il solo desiderio che quanto successo a lui, potesse essere d’aiuto anche ad una persona soltanto.
Raccontava a tutti, con passione e dettagliatamente, quello che aveva vissuto, e quello che aveva imparato.

Non fece più ritorno al suo villaggio; non lo si vide mai più seduto lungo un fiume, con setaccio, borraccia e pazienza.
Ma dovunque, nel mondo, era arrivata l’eco della sua storia.
Quella di un cercatore triste che era diventato un narratore felice.

Tu in che fase sei?
Cercatore o narratore?

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