Regola#322aventediritto

calimero

AVENTE DIRITTO

“Grazie a tutti, e buonanotte!”.

Sorrido, abbasso la testa, spengo il microfono; che poi sono i tre gesti che faccio sempre, cui sono affezionata ma che allo stesso tempo mi spaventano, perchè significa che la serata è finita, e il mio lavoro pure.
E dopo l’adrenalina di una presentazione, mi sento la testa svuotata e stranita, come un utero dopo il parto.
O almeno, ho sempre pensato potesse essere quella stessa, obliqua sensazione di nostalgia.

Scendo dal palco, cerco un posto dove posare l’enorme mazzo di fiori che mi hanno appena regalato.
Che strana cosa, i mazzi di fiori recisi.
Incantevoli, ma così aleatori che dopo qualche giorno resta soltanto l’odore da acqua morta di cimitero.

Tolgo le scarpe col tacco – l’alluce mi fa così male che se non decido di operarmi toccherà presentare gli eventi in Birkenstock.
E io le odio, le Birkenstock.

Infilo di corsa le scarpe da ginnastica, esco dalle quinte, scambio un paio di battute con tutte le persone che incontro e che mi fanno i complimenti – per cosa, poi, visto che mi par di non aver fatto nulla di speciale – e corro verso le cucine; la mia mania di presentare a stomaco vuoto mi fa arrivare a fine serata con le rane in pancia e il solletico nella punta delle dita dalla fame.

Sono seduta dietro lo chef che si affanna a riempire vassoi da far portare al buffet, la gonna in seta gialla tutta raggrumata fra le cosce per non sporcarla, in mano una fetta di torta salata che esplode d’olio e verdure.
Amo questa parte del mio lavoro.
Anzi, amo proprio tutti i lati di questo mio lavoro, tranne uno.
Quello che non so gestire.
Quello che preferirei evitare.
Quello che vorrei che la gente potesse leggermi nel pensiero, almeno per quei 5 minuti in cui si deve discutere del mio cachet.

Perchè io un compenso adeguato per quello che faccio non lo so chiedere, e alla fine torno a casa dopo una serata che quasi, quasi c’ho pure rimesso, guidando con la netta sensazione di essere una polla appollaiata lì, vicino a me.
Accade sempre.
E’ accaduto anche settimana scorsa.
Solo che stavolta tornando a casa mi sono chiesta perché, una come me, proprio una come me, finisca sempre col sentirsi una polla.

Ed ecco il mio momento da lampadina accesa sopra il cervello.
Il mio momento Eureka, dove tutto si svela, tutto diventa chiaro.

Sono convinta di non meritare di più.
E questo non vale solo per le presentazioni, ma in tutto.
Son cresciuta portandomi addosso – diosolosaperché – la convinzione di non meritare più di quello che ho.

Un commento positivo, sincero e commosso alle mie regole.
Un regalo inaspettato.
Un abbraccio non richiesto.
E mi sento in imbarazzo perché penso di non meritarli.

Il tempo che passo con il mio ragazzo; il suo modo di amarmi, la pazienza che a volte deve portare.
La sua incredibile – e mai incontrata prima – capacità di sdramatizzare le mie piccole, grandi crisi e gelosie.
La sua insaziabile voglia di ascoltarmi e parlare con me.
Tutte cose che penso di non meritare.
E che per proprio per questo ho rischiato di perdere.

Perchè quando assumi il ruolo da Calimero sfigato pulcino piccolo e nero, magari puoi anche fare tenerezza per i primi cinque minuti, ma poi diventi tedioso.
E finisci per convincere la gente che forse davvero non meriti quello che hai.

Impara a considerarti un essere umano “avente diritto”: di essere felice, di essere amato, di essere riconosciuto per quello che vali.
Avente diritto a sorridere come e quando ti pare, avente diritto a pretendere le risposte di cui hai bisogno e il tempo che meriti e tutti gli abbracci che riesci a contenere.

Hai diritto a tutto quello che ti fa brillare gli occhi.
Hai diritto a tutto quello che ti fa sentire al sicuro.
Hai diritto a tutto quello che ti fa essere quello che sei.

E soprattutto, hai diritto e meriti di fare quanto serve per realizzare i tuoi sogni, anche se a tirarle giù, le stelle, scottano.
Ma basta soffiare sui polpastrelli, e passa anche quella seccatura lì.

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