Regola#273seavessivoluto,sarestipotutodiventarequalsiasicosa

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Ho lavorato anche per un’emittente radio, che mi aveva proposto un impegno quotidiano impossibile da sostenere con i miei ritmi, ed è stato un peccato, perché mi ci vedevo proprio riflessa in quel contesto lì.

SE AVESSI VOLUTO, SARESTI POTUTO DIVENTARE QUALSIASI COSA

Dopo le medie, volevo iscrivermi alle magistrali per diventare maestra.
Ma i miei sognavano una figlia al liceo, e allora mi sono iscritta al classico.
Però ho sempre fatto l’insegnante di ripetizioni, e ho capito che ce l’avrei fatta, a fare la maestra.
Se avessi voluto, sarebbe stato per me.

Dopo il classico, mi sono iscritta all’Università.
Ho fatto l’esame d’ammissione per Conservazione dei Beni Culturali a Venezia.
Prima lo scritto.
Passato.
Poi l’orale.
Passato anche quello.
Ma a conti fatti, sarebbe stato impossibile frequentare i corsi a Venezia perché non compatibili con i tanti lavori che dovevo fare proprio per pagarmi gli studi.
Quindi ho rinunciato; tuttavia, ho fatto la guida per un breve periodo, e ho capito che ce l’avrei fatta.
Se avessi voluto, sarebbe stato per me.

Archiviata Venezia, ho fatto l’esame d’ammissione a Psicologia (all’epoca era a numero chiuso).
E l’ho passato.
Ma a conti fatti, non avrei potuto frequentare i corsi obbligatori perché non compatibili con i tanti lavori che dovevo fare proprio per pagarmi gli studi.
Tuttavia, qualche esame di psicologia in seguito l’ho dato comunque, e ho sempre preso 30 e Lode.
Se avessi voluto, sarebbe stato per me.

Alla fine mi sono iscritta a Scienze dell’Educazione, che di esami d’ammissione non ne prevedeva nemmeno l’ombra.

Dopo la laurea volevo insegnare alle superiori, e allora ho pagato l’iscrizione per entrare nella scuola di specializzazione per ottenere l’abilitazione.
Due volte.
Il primo anno l’esame non l’ho sostenuto perché lavoravo tutti i pomeriggio – proprio per mantenermi alla scuola di specializzazione – e la frequenza obbligatoria era di pomeriggio.
Il secondo anno l’esame non l’ho sostenuto perché mi avevano appena offerto un contratto interessante al settore Cultura della Provincia, dove lavoravo già da un po’, e ho scelto la sicurezza economica invece di anni di sicuro precariato.
Ma ho insegnato comunque, e spesso, e con passione ai ragazzi delle superiori, e ho capito che ce l’avrei fatta.
Se avessi voluto, sarebbe stato per me.

Ho lavorato in locali, pub, pizzerie, ristoranti.
Ho lavorato nel settore orafo, tessile, turistico, edile, scolastico, commerciale, industriale.

Ho imparato a cambiare le serrature delle casseforti durante la fiera dell’oro, e a pressare i polsi e i colletti delle camice in una fabbrica, e ho imparato tutto su come si fanno gli aratri e le seminatrici.
Ho lavorato per aziende private grandi e piccole, per enti pubblici, per un albergo, per una cooperativa di agricoltori.

Ho lavorato anche in una stalla, per una settimana (più per curiosità che per effettive ambizioni professionali): mi occupavo di predisporre il fieno alle mucche tutte le mattine all’alba e tutti i pomeriggi all’ora del tè.
Dopo una settimana, conoscevo tutte le mucche una per una.
Ci siamo commosse in gruppo quando ho finito.
Dicono che il latte quella settimana sia stato particolarmente dolce.

Ho lavorato per i preti, e ho lavorato in mezzo a gente che usa le bestemmie come un intercalare.
Ho lavorato anche per un’emittente radio, che mi aveva proposto un impegno quotidiano impossibile da sostenere con i miei ritmi, ed è stato un peccato, perché mi ci vedevo proprio riflessa in quel contesto lì.
Se avessi voluto, sarebbe stato per me.
Se avessi voluto, sarei potuta restare in ognuno di questi posti, che sono tutti legati da un unico fattore comune.
La  SCELTA.

Perché la vita ti pone davanti a delle scelte, e non sempre puoi scegliere la strada che preferiresti, o che senti più tua.
A volte sei costretto a mettere davanti a te stesso altre priorità, altre responsabilità, altri fattori, esattamente come ho dovuto fare io.
E quando sei costretta a rinunciare a qualcosa che sentiresti immensamente tuo, il rischio di trasformare la mancata opportunità in rimpianto è forte e concreto, e c’è solo un modo per evitarlo.
Essere assolutamente certi che comunque, se avessimo voluto, avremmo potuto farcela; se avessi voluto, saresti potuto diventare qualsiasi cosa.
Ma non abbiamo voluto perché chiamati ad altre strade, e allora va bene così.

Ripetilo a te stesso, ogni volta che riguardi indietro e ti assale la rabbia per aver perso un’occasione.
Se avessi voluto, ce l’avrei fatta.
E questo basterà a farti sentire sicuro del tuo percorso, e a darti la forza per non smettere di costruire la tua vita, il tuo futuro, la tua felicità.

Non avere paura di rischiare, ma sopratutto non avere mai paura di aver lasciato delle opportunità che avrebbero potuto renderti più felice. Se sei dove sei adesso, è perché doveva andare così.
Fa’ in modo che il pensiero di quello che hai lasciato – e che avresti potuto diventare – diventi energia per quello che stai facendo.

E ripetilo spesso: se avessi voluto, sarebbe stato per te.
E se non hai voluto, è perché ti aspetta, ti aspettava e ti aspetterà qualcosa di molto, molto meglio.

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