Regola#226fa’unapazzia

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…Oppure svegliali una mattina durante la settimana, ed invece di mandarli a scuola prendete un treno e andate a visitare la città d’arte che avete più vicina, magari invitando anche i loro amichetti del cuore.

FA’ UNA PAZZIA

Accadeva così, d’improvviso, un paio di volte all’anno.
E’ accaduto così, meravigliosamente all’improvviso, per anni.

Io che dormo nel lettone con mamma e papà.
Il telefono di casa squilla, con quel suono da telefono fisso che, lo confesso, mi mette un po’ di nostalgia ricordare.
Il primo ad alzarsi è papà: sono passate le undici di sera, per me e per il mio mondo di bambina da scuola elementare dopo le undici di sera è praticamente notte fonda, e quando il telefono squilla a quell’ora possono essere due persone soltanto.
Nonna, che sta male e ha bisogno di noi.
Oppure è lui, a quest’ora se non è nonna non può che essere lui.

Alzo un po’ il collo per ascoltare meglio; il telefono è in salotto, le parole arrivano appena.
“Pronto?” dice papà preoccupato, sorpreso e con la voce un po’ impastata per il sonno.
Il fiato mi si ferma per qualche secondo, fino a quando non lo sento ridere.
“Certo, vi aspettiamo!”.
Parla in italiano invece che in dialetto, e quando papà parla in italiano con qualcuno che non sia veneto, adotta senza volerlo la sua flessione, sicché quel certo-vi-aspettiamo risuona con una sottile e adorabile sonorità bergamasca.
La tensione si scioglie, io e mamma ci guardiamo e abbiamo già capito tutto.
Oramai non ci sono più dubbi. E’ lui.
Papà viene in camera, accende la luce – chiaro segnale che per ora non si dorme più – e inizia a vestirsi.
“Stanno arrivando Bonzi e Rita”.

Non mi metto a gridare dalla gioia perché di sotto i vicini dormono.
Ma il cuore sta rullando a mille.

Bonzi. Tino Bonzi.
Un nome da personaggio felliniano, e un po’ lo era: alto, magro, con i capelli scuri e lisci che ricadevano negli occhi, un paio di stivaletti bianchi anni ’70 sempre ai piedi e la voce, quella voce profonda che riusciva sempre a mettere di buon umore mio papà.
Si erano conosciuti per lavoro, e avevano legato subito – capita così quando le persone sono della stessa natura.
E loro condividevano le stesse qualità: generosi e pazzi, profondi e pieni di sfumature che scoprirle tutte è impossibile.

E così due volte l’anno capitava che Bonzi (perché il mio babbo lo chiamava sempre per cognome) chiamasse a sorpresa e capitasse da noi con la moglie Rita, minuta, dolce e con i sorrisi che erano sorrisi veri, mai regalati a casaccio; e allo stesso modo, due – tre volte l’anno capitava che noi si stesse cenando guardando il Tg delle 20.00 e papà che di punto in bianco si alzava e diceva: il caffè si va a berlo da Bonzi.
E via in autostrada, Gazzo (PD) – San Giovanni Bianco (BG) – più di 200km, più di due ore di macchina – come se fosse la cosa più normale del mondo.
Invece erano delle vere e proprie pazzie, che costringevano tanto me che Manuela e Ivana – le figlie di Bonzi – a trascorrere il giorno dopo in preda al sonno.
Delle vere e proprie pazzie.
Cui sono legata come l’aria che respiro, perché se non fosse stato per quelle pazzie probabilmente non sarei mai diventata quella che sono adesso.
Papà e Bonzi mi hanno regalato il senso dell’amicizia, che può essere vera e spontanea anche da lontani e anche vedendosi pochissimo.
L’idea della famiglia – come quella che noi tre, mamma, papà ed io, eravamo nell’Alfa 133 blu petrolio diretta a San Giovanni Bianco.
L’idea della libertà, che ad una bambina piccola come me apriva negli occhi spazi infiniti, possibilità infinite e sogni, infiniti pure loro.
E’ grazie a quelle pazzie che ho imparato come il peso della responsabilità si regga meglio quando viene stemperato da qualcosa di imprevisto, incerto e istantaneo.
Fa’ una pazzia anche tu.
Per te stessa, tanto per cominciare.
Prendi la macchina e vai a trovare un’amica lontana.
Alza il telefono, chiamalo e digli che l’ami. Diglielo, perché anche lui ha bisogno di sentirselo dire.
Comprati un mazzo di fiori, che sia esattamente come l’hai sempre sognato, e mettilo sul punto più luminoso di casa tua.

Fa’ una pazzia da convidere con le persone che ami, ma soprattutto fa’ una pazzia per i tuoi bambini.
Invece di metterli a letto, una sera, sorprendili e portali a mangiare qualcosa in Autogrill.
Oppure prendili e portali dove ci sono quelle macchinette automatiche per fare fotografie, entra con loro e scattatevi un sacco di foto buffe, dove fate mille facce stranissime.
Oppure svegliali una mattina durante la settimana, ed invece di mandarli a scuola prendete un treno e andate a visitare la città d’arte che avete più vicina, magari invitando anche i loro amichetti del cuore.

Si ricorderanno tutta la vita di quella giornata, e per tutta la vita ti ringrazieranno perché avranno condiviso con te una pazzia; si sentiranno fighissimi con i loro amici e penseranno che sei la mamma più speciale e unica del mondo.

Fa’ una pazzia; infrangi gli schemi almeno un paio di volte l’anno.
Sarà come regalare a te e alle persone che con te condivideranno quel momento un senso di onnipotenza assoluta, che farà sembrare tutto bello e tutto possibile e tutto facile, anche se solo per un giorno soltanto.
Sarà come impastare piccole pagnotte di gioia integrale, che farai con gli ingredienti che vuoi tu e della forma che scegli tu, e di cui ricorderai – e farai ricordare alle persone accanto a te –  per tutta la vita il sapore, il profumo, e quanto abbiano contato per te.

Chissà se papà, mamma, Bonzi e Rita si siano mai resi conto di quante pagnotte hanno cucinato per me.
Di quanto abbiano rappresentato per me quelle piccole pazzie.
Io sì.
E non c’è mai stato pane che abbia amato più di quello.

4 thoughts on “Regola#226fa’unapazzia

  1. Che te lo dico a fa’ cara Wendy… Mi hai fatto piangere, mi hai messo in mente mille ricordi è tolto un po’ di polvere di dosso. Grazie sei troppo forte.

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