Regola#203ilbaobabelaformicaregina

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Capì che lui alla fine era molto fortunato, perché i tramonti poteva vederli occhi negli occhi con il sole prima e con la luna poi – in effetti, era proprio lui che faceva da messaggero tra loro, ma questo deve restare un segreto.

IL BAOBAB E LA FORMICA REGINA

C’era una volta una formica regina, che proprio perché era nata formica regina godeva di un sacco di privilegi.
Ogni mattina arrivava per ultima al formicaio, si sedeva sul punto più alto, e restava lì tutto il giorno ad osservare le altre formiche lavorare per lei.
Impartiva ordini, lanciava rimproveri, sgridava chi andava troppo piano o si fermava a tirare il fiato.
Andava d’accordo solo con le persone che le dicevano sempre di sì, che le davano sempre ragione.
La sera era l’ultima ad andare via, ma non prima di avere gettato uno sguardo sul suo formicaio – diventato più grande– ed essersi complimentata da sola per l’ottimo lavoro che aveva saputo far fare alle sue formiche.
Usciva dal formicaio con il petto gonfio d’orgoglio, compiaciuta e piena di sé.
Ma ogni sera, immancabilmente, c’era qualcosa che turbava la sua felicità, perché mentre camminava in superficie verso le sue stanze si imbatteva sempre in un albero grande. Enorme. Gigante.

Era un baobab, che viveva da sempre vicino al formicaio.
E che la formica regina odiava, odiava profondamente, perché nonostante tutti i privilegi di cui godeva, sotto sotto avrebbe voluto essere lui.
Non le bastava essere la regina del suo formicaio; avrebbe voluto nascere baobab.
E allora tutte le sere, prima di andare a dormire, gli si avvicinava, si arrampicava lungo le sue radici, saliva sul tronco, e iniziava a fargli il solletico.
Così, giusto per dargli fastidio.
E il fastidio che causava al baobab la faceva stare bene, perché sarà anche stata una formica regina, ma sotto sotto era piccola ed invidiosa lo stesso.
E triste. Era una formica regina triste.

C’era una volta un albero grande. Enorme. Gigante.
Era l’albero più grande al mondo, perché era nato Baobab.
Ed essere nato Baobab gli piaceva da matti, e non avrebbe mai voluto essere diverso.
Non tanto perché era grande, quanto piuttosto perché grazie alla sua stazza poteva quasi arrivare a toccare il cielo, ed era sempre il primo ad essere scaldato dal sole.
Il suo tronco era forte, arzigogolato, pieno di fessure e nascondigli, e al Baobab piaceva il suo tronco, perché poteva ospitare un sacco di animaletti.
Le sue radici erano lunghe, lunghissime, piantate nel terreno con l’esperienza di anni ed anni di mestiere di radici.
Al Baobab piacevano le sue radici, perché erano la sicurezza che nessuna tempesta avrebbe mai potuto farlo cadere.
I suoi rami erano indisciplinati e pazzi: si allungavano in ogni direzione, senza motivo e senza preavviso.
Al Baobab piacevano i suoi rami, perché d’inverno sembravano un corallo spelacchiato e vecchiotto. Lui i coralli non li aveva mai visti, ma gli piaceva l’idea di avere tante storie acquatiche da raccontare.
Ma più di tutto, al Baobab piacevano i suoi rami quando – per pochi giorni all’anno  – si riempivano di grandi e giovani foglie verdi che poi diventavano grandi e profumati fiori gialli che poi diventavano grandi e succosi frutti dalla forma e dai colori strani, di cui pare gli umani andassero ghiotti.

Anche gli umani piacevano al Baobab, perché si raccontava che uno di loro, una volta, ne avesse scritto in un libro.
Con tanto di ritratti fatti a mano.

C’era solo una cosa, che il Baobab non amava tanto.
Erano le formiche, e soprattutto una.

Una piccola formica che tutte le sere, prima del tramonto, si arrampicava sul suo tronco ed iniziava a mordicchiarlo per ore.
Il Baobab poteva sopportare tutto: tempeste tropicali, raggi del sole bollenti, giorni e giorni senza un filo di vento, e pure i picchi che si rifacevano il becco o ricci che si grattavano la schiena.
Ma il solletico proprio no, il solletico non lo sopportava.
Del solletico aveva il terrore, perché doveva stare fermo lì a subire senza poter fare nulla.
Per parecchi mesi non riuscì più a godersi un tramonto, perché sapeva che di lì a poco sarebbe arrivata la formichina piccola e dispettosa.

Finché un giorno capì.
Capì che i dispetti della formichina derivavano dalla sua anima piccola e triste.
Capì che lui alla fine era molto fortunato, perché i tramonti poteva vederli occhi negli occhi con il sole prima e con la luna poi – in effetti, era proprio lui che faceva da messaggero tra loro, ma questo deve restare un segreto.
Capì che di formichine è pieno il mondo, soprattutto la sua amata Africa, e che avrebbe dovuto conviverci.
Capì che nessuna formichina avrebbe mai potuto turbare la sua felicità di Baobab.
Tanto valeva sorriderci su.

E da quel giorno, ogni sera prima del tramonto, una formichina triste e frustrata si arrampica lungo il tronco di un Baobab per dargli fastidio.
E da quel giorno, ogni sera prima del tramonto, laggiù dal qualche parte si sente un grande, enorme, gigante Baobab ridere a crepapelle.

La prossima volta che qualcuno tenta di schiacciarti, di darti fastidio, di farti del male, ricordati questo.
Quel qualcuno  è una formichina.
E tu sei il Baobab.

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