Regola#109seamiqualcuno…

pc2821bis_1
…Lascialo libero, dirai. Perché questa è una di quelle frasi che si imparano a memoria da subito, scrivendole sulle pagine del diario al liceo. ..

 

Lascialo libero, dirai. Perché questa è una di quelle frasi che si imparano a memoria da subito, scrivendole sulle pagine del diario al liceo.

L’ho fatto anche io, un milione di volte. Ma il vero significato, e soprattutto chi sia la persona che davvero – se amata – va lasciata libera, l’ho realizzato soltanto qualche giorno fa, quando mi sono trovata davanti ad una piccola gabbietta bianca in ferro, e ho ripensato – chissà perché – al canarino che avevo quand’ero piccina.

Cosa c’entrino una gabbietta, un canarino e il vero significato dell’amore, te lo spiego subito.

Avevamo un canarino in famiglia, una volta. SI chiamava Emanuele, come l’amico dei miei che ce l’aveva regalato. Era un normalissimo canarino giallo, ma noi eravamo convinti fosse speciale.

Così un giorno papà decide di addomesticarlo, ed insegnargli a volare libero in casa. Comincia una sera d’inverno: lo toglie dalla gabbietta, gli lega un sottilissimo filo ad una zampetta, e lo lascia libero per la stanza. Emanuele fischietta felice. Gira un po’ e poi si posa sulla spalliera di una sedia. Lo fa per cinque sera di fila. La sesta sera, papà è oramai convinto che Emanuele sia pronto, e apre la gabbietta senza filo.

Emanuele esce, svolazza felice per la stanza, e poi si posa. Sulla stufa in ghisa. Accesa. Giusto una frazione di secondo, prima che papà inorridito lo recuperasse; amavamo tantissimo quel canarino, e gli abbiamo curato le zampette per giorni con la penicillina, fino a che si è rimesso completamente.

Salvo che gli sono rimaste le zampette palmate, tanto che sembrava quasi un paperotto giallo. Nano.

Il ménage familiare va avanti, passano un paio d’anni, e il mio legame con Emanuele si fa sempre più stretto, tanto che gli insegno pure a fischiettare Yesterday dei Beatles: io cantavo, e lui fischiettava a tempo. Una sera è quasi impazzito di gioia quando ha sentito Fiorello cantare Yesterday al karaoke.

Un giorno, mamma gli sta pulendo la gabbietta con l’aspirapolvere, un bidone aziendale che usava sempre. Emanuele era abituato a stare nel trespolo più alto mentre mamma aspirava il fondo della gabbia. Ma quel giorno dev’essersi distratto, perché d’improvviso sento mamma gridare, corro da lei e la vedo davanti all’aspirapolvere aperto con Emanuele tutto spiumato dentro il sacchetto. L’abbiamo recuperato, coccolato un po’ – perché noi amavamo tantissimo quel canarino, e rimesso nella gabbietta. Sano e salvo. IL canarino dalle 7 vite di gatto.

Passa qualche anno, e un giorno di primavera mamma porta la gabbietta di Emanuele fuori, e la appende ad un albero, come facevamo spesso in quella stagione. Di colpo, sentiamo un tonfo, seguito da un terribile, crudele e affamato miagolio. Il gatto dei vicini, il grosso e brutto gatto che non sapevamo avessero i vicini, che aveva tentato di afferrare Emanuele, facendo cadere la gabbia con la porticina spalancata.

La scena che mi sono trovata davanti è stata terribile: la gabbietta a terra, qualche piuma gialla ancora in aria, il gatto che puntava verso la rete (devi sapere che all’epoca abitavo in una casa che confinava, sul retro, con un piccolo fossetto d’acqua, diviso dal giardino da una rete metallica verde). Beh, Emanuele stava li, con le zampettine palmate inverosimilmente appoggiate al bordo della rete metallica. Lo guardo, lui sente il mio sguardo sulla schiena, si gira, mi fissa, io gridò “Emanuele no!!!” e lui spiega le ali e si butta in acqua. Volontariamente. Sghignazzando pure, secondo me.

Chiamo mia mamma disperata, recuperiamo dai vicini una retina di quelle minuscole che si usano per le farfalle, e corriamo 20 metri più avanti dove il fossetto sbucava da una semicurva per infilarsi sotto alla strada. Ora o mai più. Mia mamma si inginocchia verso il bordo, Emanuele – che sta fluttuando sull’acqua in perfetta posa da papero – non si accorge che la corrente lo sta portando direttamente verso di lei, e zac! Lo afferriamo con la retina e lo riportiamo a casa. Amavamo così tanto quel canarino, che per curarlo gli fabbricammo pure un piccolo nido di caldo tessuto in pile,  e lo accovacciamo dentro.

Si salva. Ancora, e suo malgrado, inizio a pensare.

Passa ancora qualche anno; Emanuele è anziano, ma per noi resta il nostro canarino speciale che sa cantare Yesterday. il canarino che amiamo talmente tanto, da essere convinti che a dargli da mangiare pensi uno degli altri due membri della mia famiglia. Io pensavo lo facesse mia madre, mia madre mio papà e mio papà pensava che lo facessi io. E a causa di tutto questo pensare, un giorno entro in salotto, punto l’occhio sulla gabbietta, e me lo ritrovo lì, dentro la scatolina del cibo, con la testa immersa nel milgio e le zampe sparate in aria.

Secondo i miei era morto di vecchiaia, secondo me invece si era volontariamente lasciato affogare nel miglio, perché aveva tentato in tutti i modi di spiegarci che l’unico gesto d’amore che ci chiedeva, era di essere lasciato libero.

Da allora, ogni volta che vedo una gabbietta penso a lui. Ma solo l’altro giorno ho capito la metafora che si cela dietro a questa storia.

Se ami qualcuno, lascialo libero. E allora ti chiedo: TU TI AMI? Ami te stessa? Ti ami al punto da lasciarti davvero libera di essere quello che sei?

Ti lasci libera di esprimerti in tutto e in ogni momento, o costringi la tua essenza dentro una gabbietta, alla mercé di chiunque voglia provare ad addomesticarti con un laccetto legato alla caviglia?

Pensaci, amica mia. E se realizzi che alla fine – nel tuo quotidiano – sono più i momenti in cui metti te stessa in gabbia a cinguettare piuttosto che fuori a sbattere le ali dove e quando ti va, allora devi intervenire.

Apri la tua gabbietta. Vola via. Lasciati essere quello che sei.

Perché prima o poi quello che siamo davvero salterà fuori comunque, ma se aspettiamo troppo finiremo con l’essere talmente arrabbiate e frustrate, che invece di godere della libertà ritrovata passeremo il tempo a cagare in testa alla gente, come il peggiore del piccione viaggiatore.

Cosa troppo poco elegante per noi, nate per essere colombe bianche e soavi.

PS: al di là dell’ironia, abbiamo davvero amato molto Emanuele, che – eccezion fatta per gli episodi or ora narrati – ha trascorso davvero una vita lunga e serena. Per quanto serena possa essere una vita in gabbia, tuttavia.

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.