Regola#352efattela’narisata

352

E FATTELA ‘NA RISATA
Apologia dell’autoironia

La musica cresce di tono e intensità, creando un clima di tensione e suspense acuito dal brusio di fondo degli spettatori.
L’aria è pregna di tutti i sapori che si sono mescolati questa sera: il cibo, la birra, il sudore dei quasi 400 corpi presenti a questa cena di mezza estate, il cloro della piscina che resta appiccicato alla pelle.
Io sono in piedi e non riesco a respirare, tanta è la tensione, tanta è l’attesa.
Al mio fianco una ragazza più grande di me di una ventina d’anni; di fronte a noi delle persone sedute su seggioline improvvisate, fra le mani i numeri scritti a pennarello sulle palette.
Tra qualche secondo ognuno di loro alzerà la propria, e con quel gesto decreterà la vincitrice di questa edizione del concorso.
Eh si, perché nel mio curriculum di esperienze più o meno disastrose posso annoverare anche questa: la partecipazione al concorso di Miss Porchetta.
Fisso lo sguardo sulle palette che stanno per alzarsi, poi lancio un’occhiata ai miei amici, butto la testa indietro, e rido come poche volte in vita mia, e come mai avrei pensato di fare solo qualche ora prima.Correva l’anno (e qui non aggiungo altro perché è passato talmente tanto tempo che non me lo ricordo più).
Sto passando l’estate tra studio, lavoretti vari in vista dell’imminente tassa universitaria da pagare, storico gruppo di amici con i quali caricare le batterie emotive quando usciamo.
E come ogni estate, una delle serate imperdibili è la classica cena a base di porchetta organizzata a pochi chilometri da casa, e diventata oramai un evento di richiamo per centinaia di persone.
Mi preparo per la serata con tranquillità e in scioltezza, perché già so che alla fine finiremo tutti in piscina, quindi tanto vale mettere un vestito semplice direttamente sopra il costume.
Trucco zero, capelli raccolti alla carlona.
Partiamo, gli amici di sempre, gli amici con i quali sono cresciuta, gli amici che amo e fra i quali mi sento al sicuro.
I miei migliori amici; ‘sti stronzi ‘nfami bastardi.
Eh sì, perché appena arrivati alla festa scopro la novità di quell’anno: un concorso di bellezza fra le ragazze presenti, e ogni compagnia che partecipi iscrivendo almeno una ragazza guadagna automaticamente un giro di birre gratis, e guarda caso i miei amiconi hanno deciso di iscrivere proprio me, non tanto perché la più bella, quanto piuttosto perché l’unica che possa affrontare una cosa del genere con simpatia.

Quando lo scopro devo ancora addentare la prima forchettata di pasta, che resta ferma sospesa davanti alla mia bocca aperta.
“Non esiste. Scordatevelo”.
Fisso  uno ad uno i miei amici; i ragazzi mi stanno supplicando con gli occhi da cercafamiglia e l’acquolina alla bocca pensando alla birra gratis, le ragazze mi stanno supplicando con gli occhi terrorizzati perchè se io mi rifiuto potrebbe toccare a una di loro.

Se io potessi guardarmi da sola mi supplicherei con gli occhi perché queste cose le odio; pensano tutti che tanto per me è facile, sarà una passeggiata, ma in realtà non hanno idea dei complessi e delle paranoie che mi ossessionano da quando ho smesso di essere la bambina che guardava i cartoni animati e mi sono innamorata di Dylan Mckay.

Mi sento in trappola, e la sola idea di confessare a tutti che non mi piaccio per niente e partecipare a questo concorso equivale a farmi camminare sui carboni ardenti scalza e a carponi, mi spaventa a morte.
Sto per mettermi a piangere dal disagio quando mi si avvicina Nicola, uno dei miei grandi amori adolescenziali – dopo Dylan McKay, ovviamente.
“Stasera sei proprio bella, non devi temere nessuna. E poi è un gioco, fatti una risata e li conquisterai tutti”.
Mi sussurra all’orecchio questa frase, e la serata mi si stravolge totalmente, vuoi perché sono esattamente le parole che avevo bisogno di sentire, vuoi perché se il tuo amore adolescenziale ti sussurra una frase all’orecchio sfido chiunque a restare in piedi.
E allora mi faccio una risata, e mi lancio nelle prove del concorso.
Una a una, sconfiggo tutte le avversarie grazie a una prova canto disastrosa, una sfilata da girarsi dall’altra parte pur di non guardarmi e una prova ballo che sputtana in tre minuti dieci anni di danza classica. Ma il mio asso nella manica è l’ironia, perché quando apro bocca per commentare le mie prove non ce n’è per nessuno.
Rido su me stessa, sulla serata, sui miei difetti e i miei punti di forza, sull’amicizia che mi lega a quel gruppo scancassato di ragazzetti che provano a diventare adulti, rido sulla cotta assurda che ho preso per Nicola.
E ridendo, arrivo in finale.
Si alzano le palette.
Vince l’altra ragazza.
E io conquisto il secondo posto al concorso di Miss Porchetta, ma soprattutto imparo che laddove magari possono non arrivare gambe chilometriche e perfette, naso alla francese, acume intellettuale e abilità a fare tutto e in ogni momento, arrivano sempre e comunque intelligenza e autoironia, perché se impariamo a ridere di noi stessi, impararemo a gustare anche le situazioni più disparate.
E a non avere paura di niente.
Neanche di diventare grandi.

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